La sessualità della coppia dopo 22 anni di pillola blu: lui,lei e le nuove aspettative

Nella sessualità si intrecciano vissuti, archetipi, idealizzazioni, proiezioni, aspettative, difficoltà  e sofferenze che stimolano domande suscitando convinzioni, opinioni e valori generazionalmente mutevoli.

Negli anni 50 si pensava che la disfunzione erettile risalisse a problematiche psicologiche rintracciabili nell’infanzia.

Negli anni 70 Masters e Johnson rivoluzionarono l’approccio al problema introducendo il concetto di ansia da prestazione.

Nel 1998 l’avvento del Viagra ha radicalmente cambiato l’approccio medico e pubblico al problema.

Dopo 22 anni dalla scoperta del viagra possiamo dire che certamente i meriti del farmaco sono stati quelli di far uscire la persona dall’omertà, combattere i tabù e i pregiudizi.

Ma l’approccio troppo semplicistico al problema riassumibile nel must “Tutto ciò che si deve fare per guarire è prendere il farmaco x” ha depauperato la sessualità dal suo aspetto psicorelazionale relegandola nei  banali confini della penetrazione dirigendo le aspettative di lui e di lei verso una sessualità sempre più perfomativa e al conseguente  doping sessuale.

In questi anni si è assistito ad un movimento che partendo dall’ipersessualizzazione è sfociato nella sessualità performativa.. una sessualità che si limita al piacere fine a se stesso e rompe con la dimensione relazionale, la disconosce, assumendo connotazioni patologiche.

Benché solo il 12,5% della popolazione abbia problemi seri di disfunzione erettileoltre il 60% degli acquirenti non assume farmaci per vera necessità medica, ma per essere sessualmente performanti e “garantire risultati all’altezza”, supportare l’autostima e superare le ansie da prestazione.

Complice di tutto ciò … campagne pubblicitarie, informazioni poco chiare e patologizzanti.

L’industria farmacologica e pornografica hanno nel tempo concorso a creare aspettative irrealistiche rispetto alle prestazioni sessuali.

Tutto ciò ha alimentato un modello sessuale competitivo e individualistico che non ammette fallimenti basato sulla prestazione più che sulla relazione e ha ridotto l’altro, il partner, al mero oggetto della propria esibizione.

Ne deriva l’idea che il sesso per essere gratificante debba essere performativo e che un pene sempre pronto a scattare sull’attenti sia identificativo dell’essere  “veri uomini”.

Questa affermazione di se stessi attraverso la sessualità esige una qualità genitale che può degenerare in pretesa perfezionistica … da qui il ricorso al farmaco incoraggiato dalla stessa industria farmaceutica che tende a patologizzare anche le situazioni più banali. Vedasi la scelta dei termini utilizzati ‘malattia’, ‘grave disturbo’, ‘serio problema’, ‘difficoltà invalidante’ che ingigantiscono la percezione comune della incapacità erettile

In questa visione il buon esito del rapporto sessuale come il suo fallimento dipende solo dall’erezione. Si considera il rapporto penetrativo come l’unica vera e soddisfacente forma di sessualità possibile solo con una super erezione. L’assunzione dei  farmaci garantisce un’erezione al 100% automatica e prevedibile come a 20 anni.

Nell’inseguire tale idea performativa la sessualità sembra essersi affrancata dall’affettività.

Generando un’atmosfera di insicurezza generale Ne risulta che le aspettative di lui e di lei siano intrise dell’angoscia performativa implicante la perfetta esecuzione dell’azione sessuale conseguente all’avere erezioni più poderose.

Ciò ha aumentato le aspettative dei pazienti nei confronti del trattamento farmacologico. Trattamento che non sempre risponde agli irrealistici bisogni alimentando la ricerca di un’arma sempre più performante.

Questa divulgazione non scientifica unita ad ignoranza, false aspettative e convinzioni erronee alimenta sia il mito di una sessualità performativa sia le speculazioni intorno all’erezione performante creando la domanda e la patologia stessa così da confinare l’atto sessuale ad un mera performance ed il farmaco ad un dopante

In questo scenario urge la necessità di rieducare emotivamente la persona in modo da operare una revisione di certi valori soggettivi e di nuovi comportamenti che permettono alla persona di rimettersi in gioco, rafforzare e migliorare l’idea che ha di se stesso.

Perché anche il farmaco più portentoso se avulso dal contesto della relazione di coppia perde di significato e valore, diventa un evento meccanico privo di risonanze emotive profonde

Forse alla fine la DE è una cosa buona …

… un prezzo maturo per lo switching sessuale cognitivo del self .. che proietta la persona verso nuove prospettive incentrate sul benessere sessuale.

dr.ssa Anna Carderi

@ilmiopsicosessuologo.roma

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