Dic 06

Il risvolto della sindrome di Samo: bugchasing e HIV.

sindrome di samo e bugchasingMentre impazzano le campagne di tutela dall’HIV, il mondo si divide tra chi “ingenuamente”adotta comportamenti sessuali a rischio e chi si tutela usando il preservativo ed evitando rapporti con partner occasionali; tra chi è vittima inconsapevole (100/150mila casi) e chi lo contrae consapevolmente. Consapevolmente?

Già, avete capito bene!

Il contagio non sempre viene visto come pericoloso ma anzi da alcuni è proprio agognato.

Si tratta dei bugchasers, persone che hanno volutamente rapporti sessuali non protetti con persone sieropositive disponibili a trasmettere il virus dell’HIV (gift givers).

Il bugchasing altro non è che il risvolto gergale della sindrome di Samo.

All’apparenza l’obbiettivo del farsi contagiare è quello di poter poi vivere a pieno il sesso senza bisogno di pensare al preservativo e godere così di quell’intimità fisica compromessa dall’uso di pratiche cautelative anti-contagio.

In realtà i bugchasers  soffrono di un grave disagio psicologico di tipo ossessivo con tendenze eroico-suicide tale da coinvolgere e compromettere l’area affettiva, sessuale e relazionale.

Da una parte, la persona è mentalmente e fisicamente attratta proprio dal fatto che il partner è gravemente malato, dall’altra il desiderio della malattia è talmente forte da indurla alla ricerca, quasi spasmodica, di un partner sieropositivo.

Questo fenomeno è frequente soprattutto nelle coppie discordanti in cui, cioè, solo uno dei partner è sieropositivo. Qui il contagio viene giustificato come l’unico modo per tenere insieme la coppia e dimostrare il proprio amore all’altro anche a costo di sacrificare la propria vita.

In realtà ciò che è amato è la malattia e non il malato!

In entrambi i casi la storia di queste persone è intrisa di violenze, deprivazioni, e abbandoni subiti nell’infanzia.

È innegabile che il piacere e la scarica d’adrenalina che deriva da un atto così estremo rappresenta un pericolo evidente sia individuale, esponendo i giftgivers al rischio del contagio e i bugchasers  al rischio di acquisire un’infezione da HIV secondaria che complichi ulteriormente le loro condizioni, sia sociale,  promuovendo la possibile diffusione dell’HIV e di altre patologie sessualmente trasmissibili (MST).

Usa la testa mentre fai sesso. Usa il profilattico … SEMPRE!

Dr.ssa Anna Carderi

Nov 01

Quando studiare lontano da casa aumenta il rischio di obesità nei ragazzi.

pendolari obesiLo sapevate che i pendolari sono soggetti al sovrappeso?

Proprio così!

Che si viaggi per motivi di lavoro o di studio, mediamente, ogni 16 chilometri percorsi sulla tratta casa-lavoro/scuola, l’indice di massa corporea cresce di 0,17 punti, con impatti significativi sul peso. Se la distanza è maggiore, il rischio di andare incontro a obesità sale addirittura del 10 per cento.

Il motivo è da rintracciare nelle levatacce mattutine (dormire poco fa ingrassare), nel poco tempo a disposizione per effettuare una regolare attività fisica e negli spuntini non proprio salutari consumati durante il viaggio.

Pensiamoci per un attimo!

La tratta casa-scuola-casa spesso sottopone i nostri ragazzi a ritmi di alimentazione incongrui.

La tipica giornata alimentare di nostro figlio pressappoco inizia con una colazione assente e, una volta fuori casa, prosegue con spuntini o merende molto ricche di grassi. Poi, nell’attesa del bus o del treno che lo riporti a casa, spizzica o mangia cibo spazzatura come pizza, hamburger e patatine e spesso e volentieri tornato a casa pranza per la seconda volta.

Il risultato?

Alla fine dell’anno scolastico avremo un figlio obeso.

Quindi, care mamme, se vogliamo evitare ciò dobbiamo fare più attenzione e magari adottare delle precauzioni salva dieta.

Come?

Educhiamolo ad assumere uno stile di vita sano basato su una corretta alimentazione e su un’adeguata attività motoria.

Anziché costruire un ambiente obesogeno intorno a nostro figlio cerchiamo fin da quando è piccolo di:

  • Incentivare l’attività fisica e renderlo più libero di muoversi e d’incontrarsi con i compagni;
  • Non spingerlo a vuotare il piatto;
  • Contrattare le occasioni in cui certe golosità sono permesse;
  • Non avere scorte di cose buone come merendine, bibite gassate etc., soprattutto se il bambino rimane solo in casa;
  • Evitare cibo davanti alla televisione.

Ricordiamoci che un bambino e un ragazzo obeso … ha poca autostima … ha scarso rendimento scolastico

… non partecipa ad attività con i coetanei con conseguente emarginazione per diversità.

Infine, non si può pretendere che il bambino cominci a mangiare in modo sufficientemente corretto se noi genitori non diamo il buon esempio.

dr.ssa Anna Carderi

Ott 09

Bambini obesi: cosa dire e non dire

obesitàSi definisce obeso, un bambino il cui peso supera il 20%  di quello ideale per la statura.

Se il peso supera il 10%-20%, il bambino è in “sovrappeso”.

È innegabile che l’obesità come lo stesso sovrappeso abbiano ripercussioni sulla salute psicofisica del bambino.

Nonostante ciò c’è attorno all’obesità una profonda ignoranza fatta di preconcetti che partono da una fonte ben precisa che considera l’obesità non una malattia ma un valore estetico per cui … il peso non è percepito come un valore di salute ma come un valore d’interazione sociale.

Ancora oggi molti genitori considerano il cibo un simbolo di sicurezza e serenità che unitamente ad una percezione errata del peso del proprio figlio li porta a sottovalutare il problema.

I genitori non identificano i chili in eccesso come un problema, anzi, soprattutto quando i figli sono piccoli, credono che la “ciccia” sia segno di una crescita sana.

Ipernutrire il nostro bambino non ci fa di certo essere genitori più validi, anzi!

Spesso siamo proprio noi genitori ad alimentare l’obesità di nostro figlio.

Atteggiamenti  come fargli una lavata di testa rispetto al suo peso o frasi che esprimano il concetto che in lui c’è qualcosa di negativo come “non parlare, mangia!”, “devi finire tutto”,  vietare in modo assoluto un pacchetto di patatine fritte, un gelato, un hamburger o una fetta di pane con la nutella o associare il cibo ad una sorta di premio “Se fai il bravo ti compro le patatine fritte!“ o “se mangi tutto la mamma è contenta” possono avere un effetto boomerang e indurre i bambini a mangiare di più.

Anziché costruire un ambiente obesogeno intorno a nostro figlio cerchiamo di:

  • Incentivare l’attività fisica e renderlo più libero di muoversi e d’incontrarsi con i compagni;
  • Non spingerlo a vuotare il piatto;
  • Contrattare le occasioni in cui certe golosità sono permesse;
  • Non avere scorte di cose buone in casa che possano essere saccheggiate come merendine, bibite gassate etc., soprattutto se il bambino rimane solo in casa;
  • Evitare cibo davanti alla televisione;

Non chiediamo a nostro figlio di dimagrire ma educhiamolo ad assumere uno stile di vita sano che significa corretta alimentazione ed adeguata attività motoria. Questa diversa prospettiva ci permette anche una vera prevenzione.

Infine, non si può pretendere che il bambino cominci a mangiare in modo sufficientemente corretto da consentirgli di raggiungere il peso ideale se i genitori non danno il buon esempio.

 Dr.ssa Anna Carderi

 

Set 15

10 regole per una buona sessualità negli adolescenti … e non solo!

psicologo romaFalse aspettative, incorretti atteggiamenti, inadeguate relazioni con il partner, errate consapevolezze sul proprio corpo, disinformazione, fattori di inesperienza legati all’età uniti a contraddizioni di ruolo, aspettative opposte per il comportamento dei giovani – da una parte il punto di vista parentale, con le sue richieste di dipendenza e di astinenza, dall’altra il punto di vista dei coetanei che spinge all’indipendenza e all’attività sessuale – possono rappresentare dei cofattore nell’insorgenza delle disfunzioni sessuali.

 

Ecco dunque un decalogo di regole da seguire per una sessualità responsabile e piena.

1) Usa il profilattico … SEMPRE! Non dimenticare di usare la testa mentre fai sesso. Un adolescente su tre soffre di malattie sessualmente trasmissibili!

2) Adotta un sano comportamento sessuale basato sul rispetto verso se stessi e verso gli altri e sulla contraccezione.

3) Se hai una defaillance (a livello di erezione o eiaculazione) sdrammatizza!! Può capitare anche alla tua età. Il rischio altrimenti è di entrare in un circolo vizioso in cui il solo pensiero di non farcela nuovamente mina la riuscita dei tuo successivi rapporti sessuali.

4) NO PANIC, non è un esame! La sessualità è gioco, comunicazione, fantasia. Non aver paura di sbagliare né tanto meno di non essere in grado di fare del buon sesso o di soddisfare l’altro.

5) Conosci e abbi cura del tuo corpo. Scopri le tue e le sue parti erogene, conoscerle ti consente di avere una buona sessualità.

6) Migliora e accresci il tuo rapporto con il partner: l’ascolto, la condivisione, il confronto e l’aiuto reciproco sono ulteriori fonti di benessere che agiscono positivamente sulla salute sessuale della coppia.

7) Vivi in modo consapevole la tua sessualità. Capisci quali sono i tuoi desideri, goditi le emozioni e i momenti di serenità.

8)Non forzare troppo i tempi, ma lascia che gli eventi succedano in modo del tutto spontaneo.

9) Sii comprensiva/o e soprattutto paziente. Non esprimere commenti negativi sul suo modo di fare l’amore, sulle sue dimensioni, quando si verifica una defaillance o quando lui/lei si lascia andare ad una confessione o ad una richiesta particolare. Mai, ma proprio mai, ridere!

10) Concediti il tempo per i preliminari.

Dr.ssa Anna Carderi

Set 08

Eiaculazione ritardata

psicologo romaLa persona pur mantenendo un’intatta capacità erettile e un desiderio sessuale integro, non è in grado di eiaculare nel coito o durante altre attività sessuali nonostante una stimolazione lunga e adeguata.

Chi soffre di questo disturbo può impiegare oltre un’ora a raggiungere l’orgasmo (Montorsi et al., 2002).

Sembra prevalentemente un disturbo di natura psichica, anche se le droghe psicolettiche, gli antidepressivi, i barbiturici, possono influenzare il riflesso eiaculatorio.

L’incidenza dell’eiaculazione ritardata è notevolmente inferiore rispetto alle percentuali relative all’impotenza e all’eiaculazione precoce, e pare essere più frequente fra i soggetti con disturbo ossessivo-compulsivo e fra coloro che hanno avuto un’educazione sessuale severa.

Quali sono le cause?

Diverse condizioni cliniche, oltre l’età avanzata, possono essere causa di eiaculazione ritardata, ad esempio farmaci (sedativi, neurolettici, bloccanti gangliari, antidepressivi, bloccanti alfa adrenergici, ecc.), malattie neurologiche (tumori, sclerosi multipla, parkinsonismo, traumi, diabete, alcolismo, uremia, ecc.).

Possibili concause a livello psicologico possono essere, la paura del concepimento e delle responsabilità o conflitti più superficiali come l’ansia da prestazione dovuta alla paura di non essere all’altezza, di non riuscire a soddisfare la partner.

Per Abraham (1967), infatti, l’eiaculazione ritardata esprime uno stato ansioso legato alla perdita dello sperma, alla paura inconscia di smarrire una parte di sé, o alla paura della morte. La tendenza a ritenere il seme poi, in origine di tipo sadico-anale, ostacola il raggiungimento dell’orgasmo.

In chi soffre di eiaculazione ritardata spesso leccitazione si esprime solo a livello fisiologico ma non erotico. Ciò in parte è dovuto al fatto che questo uomo più che sulle sue sensazioni erotiche tende a focalizzarsi prettamente sulla soddisfazione sessuale della partner.                                                                                                                   Pensare all’orgasmo distrae dal qui ed ora, dalla magia delle sensazioni, del viaggio dell’eccitazione, dai singoli movimenti del corpo.                                                                                                                                                 Conseguentemente, la capacità di lasciarsi trasportare dalle emozioni e dal piacere viene inevitabilmente impedita.

Dall’altra l’eiaculazione viene vissuta come una richiesta obbligata di performance che lo distrae dai propri bisogni, incentivando l’inibizione.

Infine, c’è una carente capacità di giocare e lasciarsi andare durante il rapporto sessuale, che viene sperimentato non tanto come piacere quanto piuttosto come un dovere.

La terapia consiste nell’incoraggiare la costruzione di fantasie di coppia, sostenendo il paziente nello sviluppo della capacità di riconoscere le proprie sensazioni corporee anche al di fuori della sessualità.

Attraverso la messa in pratica di mansioni sessuali specifiche si facilita nella persona la progressiva e graduale acquisizione delle capacità di beneficiare dell’appagamento psicologico e fisico al fine di vivere le proprie emozioni, eliminare i condizionamenti negativi mentali e inibire il controllo sul corpo in modo da facilitare il rilassamento e il raggiungimento stesso dell’orgasmo.

A tal fine utili risultano le tecniche di rilassamento come il training autogeno e quelle psicoimmaginative.

L’ipnosi, unitamente alle strategie mansionali tipiche dell sex therapy, è volta a migliorare l’atteggiamento sessuale all’inizio del coito, la ricezione delle proprie reazioni sessuali e l’accettazione del piacere derivante dal rapporto sessuale.

Dr.ssa Anna Carderi

Set 07

Fare il bene fa bene! Come insegnare la solidarietà ai bambini.

psicologo roma In una società fortemente individualista come la nostra, trasmettere ai nostri figli valori fondamentali come la solidarietà, la volontà di aiutare gli altri e di non pensare solo ai propri bisogni equivale ad allargare i loro orizzonti e a fargli comprendere che essere poveri non è né una colpa né tantomeno un reato e che la vita può essere fatta anche di momenti difficili, nei quali, la fortuna è avere qualcuno che ti vuole bene e si prende cura di te.

Insegnare ai bambini e ai ragazzi a essere parte concreta di un nuovo modello di società, in cui piccoli gesti come donare i propri giocattoli alla Caritas, o non sprecare l’acqua e il cibo, sono gesti che possono fare la differenza e rappresentare un importante aiuto per i meno fortunati, non è cosa facile!

Non si può parlare di volontariato senza dare concretezza all’altruismo. Per comprendere la validità di azioni in aiuto a chi ha bisogno, i nostri figli necessitano di respirare e vivere la solidarietà insita in gesti concreti.

Ricordiamoci che i bambini imparano dai modelli che hanno di fronte.

È imitando i genitori, più che in ogni altro modo, che imparano a fare lo stesso con gli altri.

Quindi siamo i primi a dover offrire l’esempio da seguire … ad iniziare dai piccoli gesti quotidiani.

Aiutiamoli a imparare la solidarietà cedendo noi per primi il posto sul tram.

Insegniamo loro la condivisione e, ad esempio, se stiamo mangiando qualcosa offriamone una parte al bambino invitandolo a fare lo stesso.

Anche nel gioco, invitate i bambini a divertirsi insieme anziché accapigliarsi per un giocattolo che vogliono tutti e che alla fine nessuno otterrà.

Sensibilizziamo i bambini alla solidarietà attraverso video e foto, cartine geografiche, canti popolari, favole e racconti di Paesi lontani.

Conoscere e renderli consapevoli di come vivono i loro coetanei nei Paesi più poveri fa crescere nei giovani la voglia di solidarietà.

Infine, poiché tutti noi tendiamo a ripetere quei comportamenti che sono stati oggetto di elogio, quando condivide applaudiamo, con un sorriso e un incoraggiamento, il suo gesto dimostrandogli che ha fatto bene e che apprezziamo il suo comportamento.

Il tutto affinché imparino a comprendere che fare il bene fa bene!

Dr.ssa Anna Carderi

Set 06

Devotismo: l’attrazione sessuale per i disabili.

devotee e disabilitàNel devotismo, sessualità e disabilità non solo sono congiunte, ma anzi è la disabilità a diventare il punto centrale dell’investimento erotico.

L’interesse, quindi, è indirizzato esclusivamente verso la parte amputata o la disabilità o, come nell’abasophilia, per gli ausili come le carrozzine, i gessi, le protesi, etc., e solo raramente verso la persona e le sue qualità umane.

Nello specifico “Devotismo” è la traduzione culturale della categoria diagnostica “acrotomophilia,” di cui parla John Money negli anni ’80.

Ma chi è il devoto?

Il devoto è caratterizzato da ricorrenti e intensi impulsi, fantasie, o comportamenti sessuali che implicano ausili e menomazioni. Spesso è compromessa l’area sociale, lavorativa, o di altre aree importanti del funzionamento e la capacità di un’intimità emotiva e sessuale affettuosa e reciproca con un partner è generalmente compromessa o inesistente.

Questo tipo di parafilia si avvicina al feticismo, come pulsione sessuale diretta verso un oggetto inanimato.

Come nel feticismo, l’oggetto è indispensabile e imprescindibile per l’eccitamento e l’attività sessuale, che comunque tende ad evitare la relazione intima col partner. Le sue condotte sessuali sono ego sintoniche, ossia il soggetto ha un assoluto bisogno delle pratiche o fantasie sessuali e le giustifica come normali.

Nel caso specifico il devoto rende erotico non uno stivale ma gli ausili di cui il disabile si serve o per l’arto menomato.

Sono persone all’apparenza normalissime …  in molti casi hanno una loro famiglia, hanno dei figli, una moglie che non presenta nessuna disabilità e che però girano su facebook, su internet, in cerca di una ragazza disabile.

Una ricerca questa che può assumere connotazioni di tipo ossessivo.

Molti, infatti, credono che la loro vita sarà completa solo se trovano una donna con una mano mancante, braccio, gambe, ecc. Le loro fissazioni, inoltre, possono essere molto specifiche come “una donna con il braccio destro mancante sotto il gomito” o “donna con due gambe mancanti “.

È questo livello di oggettivazione che indica la natura ossessiva della loro ricerca.

La ricerca della disabilità diventa così grande che domina la vita quotidiana di un individuo.

Molti devoti hanno ampie raccolte costituite in tanti anni di ricerca in librerie, negozi di video. Alcuni devoti per soddisfare il loro bisogno ripiegano sull’ES o chirurgia elettronica che consente di  modificare elettronicamente immagini di persone non disabili, anche Vip, aggiungere loro una disabilità.

Parte di questa sete di vedere, sentire ed entrare in contatto con donne disabili aumenta col passare dei giorni e può assumere le caratteristiche di un vero e proprio bisogno, una sete che può essere saziata solamente con la ricerca e che in casi limiti può evolvere in una caccia al trofeo e sfociare nello stalking.

Inoltre i devoti per sedare la loro ossessione svolgono attività di volontariato o di lavoro dove il contatto con persone disabili è assicurato, per esempio, come protesisti, tecnici ortopedici e, eventualmente, come personali assistenti di cura; non a caso è proprio l’esercizio di assistenza sessuale ad aver messo in evidenza l’esistenza dei devotee.

Dr.ssa Anna Carderi

Set 06

Stop al bullismo

bullismoII bullismo è un’azione di prepotenza, ripetuta nel tempo, messa in atto da un soggetto più forte nei confronti di uno più debole, che non riesce a difendersi.

Nonostante il problema sia da molti sottovalutato il bullismo produce effetti che si protraggono nel tempo e comportano dei rischi evolutivi tanto per chi agisce quanto per chi subisce prepotenze.

La serietà degli effetti provocati dal bullismo e la frequenza con cui si verificano episodi di prepotenza tra i ragazzi rendono doverosa una riflessione da parte degli adulti impegnati in ambito educativo e giustificano la necessità di interventi di prevenzione.

Le forme di bullismo sono le manifestazioni di un problema che può essere affrontato e risolto insegnando ai ragazzi le abilità necessarie per riconoscere, accettare e comunicare le proprie e altrui emozioni.

L’acquisizione di competenze sociali e di strumenti di comunicazione adeguati, sia verbali sia non verbali, può ridurre l’aggressività e la passività, comportamenti presenti nel fenomeno in modo complementare e intrecciato.

Bisogna educare i ragazzi a riconoscere le proprie emozioni e a comunicarli, infatti, consente di sviluppare in essi quelle abilità di controllo di emozioni forti come la rabbia.

Tali competenze possono essere intese come le componenti operative dell’abilità a saper fare fronte efficacemente alle richieste e alle sfide della vita quotidiana (problem-solving) e costituiscono il patrimonio attraverso il quale le persone mantengono una condizione di benessere (sociale e psichico) e mettono in atto comportamenti positivi e adattivi nell’interazione con gli altri, con la cultura e con l’ambiente di appartenenza.

Inoltre, l’obiettivo degli interventi preventivi è anche quello di promuovere lo sviluppo delle competenze riflessive e familiari e psico-sociali degli insegnanti e dei genitori, necessarie per riconoscere l’humus in cui vittime e bulli sviluppano le terribili dinamiche.

Da qui la necessità di promuovere uno spazio fattivo che aiuti a potenziare negli insegnanti e nei genitori competenze che consentano all’adulto di affrontare e contrastare il bullismo e tutti quei disturbi legati alle difficoltà di relazione.

Spazio, questo che si esplica attraverso l’opera di un counselling psicologico di stampo strategico breve centrato sulla risoluzione dei problemi tipica della problem solving therapy.

Dr.ssa Anna Carderi

Giu 21

Amici dal mondo. Come favorire l’integrazione sociale nei bambini.

integrazioneIn un Paese sempre più multiculturale, il fenomeno migratorio, invece che rappresentare un’opportunità di arricchimento, troppo spesso impatta con una cultura di appartenenza che, lungi dal sostenere un’educazione improntata ai valori della pro socialità, del rispetto e dell’accettazione della persona straniera, favorisce un tipo di pensiero razziale che si oppone alla conoscenza dell’altro.

Tale chiusura allo straniero, alimenta un clima di paura e sospetto che i nostri figli inevitabilmente respirano condizionandone irrimediabilmente la crescita sia individuale sia sociale.

Come potrà mai crescere un bimbo a cui è stato inculcato il concetto di  “evitare i negri per vivere bene”?

Probabilmente crescerà in un clima di precarietà e insicurezza sociale, con la percezione, per lui e i propri cari, di un pericolo imminente. Vivere in un clima di pericolo può far passare il bambino da un naturale stato di apertura all’altro ad uno di chiusura e sfociare in atteggiamenti aggressivi e discriminatori verso i coetanei stranieri, che nel tempo possono evolvere in fenomeni di vera e propria violenza  xenofoba.

Per un sano sviluppo della personalità dei nostri figli ogni genitore dovrebbe portare l’attenzione più che alle differenze di pelle, religione, nazione, etc., alla condivisione delle differenti culture e alla valutazione dei vantaggi che possono nascere dalla convivenza con persone di diversa etnia.

Promuovere la sensibilizzazione all’integrazione interculturale e ai valori del rispetto delle diversità in un’ottica di educazione alla solidarietà che valorizzi lo scambio costruttivo di esperienze comparando, ad esempio, la nostra cultura e quella degli altri popoli, attraverso la conoscenza di tradizioni, usi, cibi, costumi e stili di vita diversi, porta all’arricchimento di quei valori che accompagneranno i nostri figli per tutta la vita.

In questa ottica l’integrazione diventa lo strumento chiave per la crescita individuale, per lo sviluppo di un senso di appartenenza e di abilità sociali e personali complesse, che permettano di “vivere bene con sé e con gli altri” e che preservino dall’insorgere di comportamenti devianti, di disagio e di disadattamento sociale.

Ricordiamoci che promuovere nei propri figli idee libere dal razzismo equivale a promuovere in loro la libertà di essere se stessi e di trovare spazio in una società sempre più multietnica anziché esserne emarginati.

 

Giu 21

Effetto dei cannabinoidi sulla sessualità

effetto cannabis sul comportamento sessualeSotto tale dicitura sono inseriti tutti i derivati della canapa indiana: marijuana, hashish e olio di hashish in tutte le loro varianti. Questi contengono svariati principi attivi tra cui il principale è il tetraidrocannabinolo (-9-THC).

L’attrazione esercitata da tali sostanze sui soggetti risiede nella sua capacità di intensificare le relazioni con gli altri, favorendo la socializzazione. Spesso compare uno stato di euforia e benessere, esaltazione interiore mentre diminuiscono le inibizioni perciò i rapporti interpersonali sono facilitati.

Molti fumatori fanno notare che aumenta il desiderio sessuale, si ha un orgasmo più piacevole,qualitativamente superiore e che i contatti fisici sono sentiti in modo amplificato,permettendo di godere al meglio dell’atto sessuale senza essere ossessionati dalle cose che si sono fatte prima o che si devono fare in futuro. Altresì i consumatori riportano che l’effetto disinibente si traduce in una maggiore disponibilità al gioco e in un’intensificazione della sensibilità fisica, dell’eccitazione e delle fantasie sessuali.

In un suo studio Cohen ha indagato gli effetti dei cannabinoidi e ha effettivamente riscontrato, in alcuni individui, un aumento dell’attività sessuale e della gratificazione, mentre in altri soggetti sembravano manifestarsi effetti di segno opposto. Erano soprattutto i giovani adulti a utilizzare la cannabis con questo scopo, rispetto a un gruppo di età maggiore.
Tuttavia nei soggetti che ne abusano si riscontra una riduzione della sessualità fino alla disfunzione erettile.

Ad alte dosi può avere effetti negativi sui rapporti sessuali.
Janiri, Bricolo e Conte affermano che i derivati della cannabis producono un effetto mentale e comportamentale di pace interiore, di quiete, di distacco dalla realtà, di rimozione dell’ansia. A ciò si associa, in alcuni casi e per alcune dosi, una sorta di quiete sessuale, soprattutto nei maschi.
Altri autori evidenziano l’effetto inibitorio dei derivati della cannabis che si traduce in un rallentamento del riflesso eiaculatorio particolarmente ricercato in chi soffre di eiaculazione precoce.

Nelle donne si riscontra un aumento del desiderio sessuale, della capacità di raggiungere l’orgasmo e il rilassamento dei muscoli del pavimento pelvico.

Tratto da Tossicologia e tossicodipendenza in sessuologia di Carderi A e La Pera G. in Sessuologia medica. Trattato di psicosessuologia e medicina della sessualità (a cura di) Jiannini E., Lenzi A.

Giu 21

Effetto degli oppiacei sul comportamento sessuale

oppiacei e sessualitàCon il termine oppiacei si indicano le sostanze derivate dall’oppio come la codeina, la morfina, che ne è l’alcaloide principale, e altri derivati semisintetici di quest’ultima molecola, prima fra tutte la diacetilmorfina (eroina), che si ottiene trattando la morfina con anidride acetica.

Chi usa eroina, inizialmente prova un benessere fisico, una sensazione di calma e serenità che invade l’anima e soprattutto aumenta la sensazione di fiducia in se stessi.
Per questi suoi effetti viene usata per placare l’ansia connessa con le relazioni interpersonali, permettendo un’espressione più libera delle proprie emozioni.
Attraverso la sostanza i giovani tentano di eliminare il disagio connesso a un sentimento di inadeguatezza nei confronti del proprio corpo e dell’altro sesso.

Dal resoconto di alcuni consumatori emerge che l’assunzione di eroina, alcune volte, è iniziata nel disperato tentativo di sopraffare la frustrazione connessa all’inadeguatezza sessuale, per diminuire l’ansia inerente ai primi rapporti sessuali o interrompere il circolo vizioso ansia da prestazione-insuccesso-ansia da prestazione, per migliorare le loro prestazioni o per controllare il riflesso eiaculatorio.

Tali effetti positivi sono innescati dal fatto che l’eroina facilita il controllo di una situazione laddove la difficoltà di controllo dipenda da uno stato di tensione o di ansia; in tal caso la sostanza sedativa, eliminando l’ansia, otterrà un effetto, apparentemente paradossale, cioè stimolante.
Chi utilizza eroina riscontra soprattutto ritardo nell’eiaculazione e, alle prime somministrazioni, un aumento delle capacità di erezione.
Circa il 57% dei soggetti fa uso di diacetilmorfina per ritardare il riflesso eiaculatorio.

Come già accennato, l’eroina, in quanto ansiolitico, ha un effetto positivo indiretto sulle prestazioni sessuali.
Infatti l’effetto ansiolitico dell’eroina sarebbe in grado di spezzare il circolo vizioso ansia da-prestazione-insuccesso-ansia da prestazione consentendo così di avere dei rapporti sessuali appaganti.
Un altro aspetto sorprendente dell’eroina è l’aumento nel sangue i livelli di ossido nitrico.
Con l’eroina sia gli uomini sia le donne provano un’intensificazione della sensibilità fisica dell’eccitazione e delle fantasie sessuali, aumento dell’intensità e della capacità di raggiungere l’orgasmo.

Gli effetti tossici per uso prolungato dell’eroina determinano un rallentamento del comportamento sessuale.
Questo accade in quanto l’eroina interferisce con la regolazione centrale del sistema endocrino e quindi altera le funzioni in cui sono implicati i processi ormonali. Così le funzioni sessuali ne risultano notevolmente influenzate.
Altresì, agendo sul SNC, l’eroina interferisce con il sistema oppioideo endogeno.

Nell’uomo si manifesta una diminuzione della libido sessuale, impotenza, eiaculazione ritardata, riduzione della capacità di raggiungere l’orgasmo e della fertilità.
Nelle donne l’eroina può essere ricercata per la sua proprietà di ridurre l’ansia e il dolore associato al rapporto in quanto comporta un rilassamento dei muscoli del pavimento pelvico e un aumento della lubrificazione.
Inoltre l’uso della sostanza nelle donne comporta un incremento del piacere e dell’appagamento sessuale.

L’uso cronico di eroina può causare riduzione del desiderio, disturbi mestruali e amenorrea. Le eroinomani presentano in media un maggiore rischio di aborti spontanei e parti prematuri.

Tratto da Tossicologia e tossicodipendenza in sessuologia di Carderi A e La Pera G. in Sessuologia medica. Trattato di psicosessuologia e medicina della sessualità (a cura di) Jiannini E., Lenzi A.

Giu 21

Effetti dell’amfetamina sul comportamento sessuale

amfetamina e sessualitàL’amfetamina è un’amina sintetica, stimolante del sistema neurovegetativo simpatico.

La sua molecola ha una struttura semplice che ricorda quella di alcuni componenti naturali dell’organismo. Le amfetamine, come le altre sostanze, agiscono sui centri del piacere. Esse sono capaci di determinare un immediato senso di appagamento, danno una sensazione di benessere seguita dall’impressione di potere affrontare e risolvere meglio i problemi che si presentano.

Si riscontrano effetti a breve termine come aumento dell’attività motoria e del desiderio sessuale, sensazione di potenza, senso di maggiore fiducia in se stessi. Alcuni consumatori riportano che l’uso di amfetamina intensifica l’orgasmo e permette di prolungare il rapporto sessuale. È uno stimolante del sistema neurovegetativo simpatico e come tale può essere considerato come un ausilio farmacologico in chi è affetto da eiaculazione ritardata. La sollecitazione del simpatico, difatti, comporta delle risposte da parte dei genitali esterni dando luogo all’eiaculazione.

Per quanto riguarda invece la tossicità nelle donne l’uso protratto nel tempo può comportare una riduzione della lubrificazione vaginale.

In entrambi i sessi possono verificarsi un calo del desiderio sessuale, un’inibizione dell’orgasmo e, conseguentemente, una riduzione dell’appagamento8.

Tratto da Tossicologia e tossicodipendenza in sessuologia di Carderi A e La Pera G. in Sessuologia medica. Trattato di psicosessuologia e medicina della sessualità (a cura di) Jiannini E., Lenzi A.

Giu 21

Effetti della cocaina sulla fisiologia dell’atto sessuale

cocaina e sessualitàGli Psicoanalettici quali l’amfetamina, la cocaina, la caffeina e la nicotina sono droghe che stimolano il SNC

Gli studi hanno evidenziato che tali sostanze, se assunte in dosi elevate, comportano un aumento della vigilanza, del comportamento aggressivo e violento, incrementano la capacità di svolgere attività fisiche e psichiche, il battito cardiaco, la pressione sanguigna, la glicemia, mentre fanno diminuire la sensazione di fame e fatica. Assunte in piccole dosi inducono eccitazione, euforia e la sensazione di avere maggiore energia.

Allo stato puro la cocaina è una polvere cristallina (chimicamente strutturata in cristalli), bianca e inodore derivata dal trattamento delle foglie di coca (di cui ne è l’alcaloide principale), è insolubile in acqua e solubile nell’etere. Intesa come molecola è una 2-b-carbometossi-3-b-benzossitropano (C17H12NO4). Gli effetti della cocaina sul SNC sono dovuti all’azione che essa esercita sulla neurotrasmissione mediata dalla dopamina.

La dopamina (DA) è il neurotrasmettitore fondamentale del sistema di ricompensa cerebrale ed entra in azione in tutte le situazioni in cui si sperimentano sensazioni gratificanti e piacevoli. La dopamina, infatti, regola il tono dell’umore e delle sensazioni di piacere. Il farmaco non agisce stimolando direttamente i recettori per la DA, ma si comporta come un dopamina-mimetico indiretto (giacché non funziona nelle condizioni in cui la DA non è presente), impedendo il riassorbimento della dopamina da parte delle terminazioni nervose. Ciò determina un aumento della disponibilità del trasmettitore nervoso a livello sinaptico e un incremento della trasmissione nervosa dopaminergica, e quindi un’iperfunzionalità dei sistemi cerebrali del piacere e della ricompensa.

Stimolando il rilascio di dopamina e norepinefrina, la cocaina provoca un aumento del desiderio e dell’eccitamento. Gli effetti ricercati da chi inizia a usare cocaina consistono in un aumento della resistenza fisica, nella sensazione di benessere ed euforia, nella sensazione di avere maggiore energia con conseguente aumento del desiderio e degli atti sessuali. In più andando a modificare positivamente la considerazione che il soggetto ha di sé, egli si sentirà più sicuro e acquisterà maggiore fiducia anche nelle proprie possibilità, tanto da avere l’impressione di potere affrontare e risolvere meglio i problemi. Alcuni autori riferiscono che la cocaina è un ausilio farmacologico per il superamento delle ansie e della timidezza che molto spesso è associata alla sessualità11.

Chi attua un uso finalizzato della sostanza al miglioramento dell’attività sessuale, lo fa perché a dosi moderate questa può agire come afrodisiaco indiretto agendo su fattori psicologici e culturali che influenzano l’attività sessuale. L’uso della cocaina come metodo di cura della disfunzione erettile contrasta con i reali effetti che essa produce su tale problema sessuale poiché, elevando il tono simpatico e i livelli di catecolamine circolanti, determina l’ipertono della muscolatura liscia peniena con mancato rilasciamento delle fibre, fenomeno indispensabile all’ottenimento dell’erezione.

È anche vero che, se direttamente applicata sul pene, grazie alle sue proprietà di anestetico locale, la cocaina è un ausilio efficace nel prolungare l’erezione. L’uso della cocaina come ausilio farmacologico nella risoluzione del deficit erettile è rinforzato dal fatto che essa va ad agire su quei particolari stimoli psicogeni che possono rappresentare la concausa del disturbo erettile: insicurezza, ansia legata al rapporto sessuale, paura dell’insuccesso, di essere inadeguati e quindi del giudizio. Sensazioni quali paura e angoscia, impaccio e inadeguatezza, possono comportare una ridotta sensazione di eccitazione e di piacere sessuale che può determinare una risposta di impotenza. Inoltre, la cocaina può essere tagliata con farmaci proerettili come la yohimbina o l’apomorfina. Molte donne che senza droghe sono anorgasmiche trovano invece il piacere orgasmico, anche multiplo, con l’uso della cocaina.

In entrambi i sessi è stato riscontrato anche un aumento della sensibilità, dell’eccitazione, del piacere e dell’appagamento sessuale, intensificazione della sensibilità fisica dell’eccitazione, delle fantasie e del piacere sessuale e della capacità di raggiungere l’orgasmo, ma tali effetti si manifestano soltanto nelle prime fasi del consumo, infatti, in grandi quantità ha un effetto depressivo sull’attività sessuale comportando anche una riduzione della capacità di giungere all’orgasmo. L’uso della sostanza, iniziato talvolta per facilitare la spinta sessuale, può causare alterazioni della sfera sessuale che possono diventare persistenti comportando, per esempio, alterazioni del sistema endocrino, e influenzando soprattutto gli equilibri ormonali che controllano le funzioni sessuali che portano alla riduzione del desiderio relativo al sesso; in alcuni casi generano impotenza nell’uomo e anorgasmia nella donna. Si riscontra anche inibizione dell’eiaculazione e una riduzione delle performance sessuali. L’uso cronico, diminuendo le scorte di dopamina, può causare ginecomastia e amenorrea.

 

Tratto da Tossicologia e tossicodipendenza in sessuologia di Carderi A e La Pera G.  in Sessuologia medica. Trattato di psicosessuologia e medicina della sessualità (a cura di) Jiannini E., Lenzi A.

Giu 21

Effetti delle sostanze psicoattive sulla fisiologia dell’atto sessuale

droga e sessoIn genere, quando in sessuologia ci si riferisce a droga e sessualità si prendono in considerazione quasi esclusivamente gli effetti tossici che le sostanze psicoattive producono sulle funzioni sessuali. Sebbene questo sia un aspetto rilevante, spesso non si considera che una delle ragioni per le quali si utilizzano le droghe è il miglioramento delle prestazioni sessuali.

Questo aspetto ben conosciuto dai consumatori di droghe è stato spesso sottovalutato dalla ricerca scientifica, tanto che esistono molti lavori sugli effetti tossici, ma pochi sugli effetti positivi sulla sessualitàricercati dai consumatori.

Gli effetti psicologici e fisiologici che le sostanze psicoattive inducono sono di natura estremamente variabile, poiché non dipendono solo dall’aspetto farmacodinamico proprio della molecola ma anche dalla modalità di assunzione (fumata, per via orale, per via intranasale, per via parenterale), dalla dose, dagli stati emotivi, dalle aspettative connesse all’assunzione della sostanza e dal valore a essa accreditato.

Già dagli anni Ottanta si è posta l’attenzione sul fatto che esistono diverse sostanze in grado di alterare la risposta psicosessuale nell’uomo e nella donna con l’intento di correggere problemi sessuali ottenendo una sorta di aiuto e di automedicazione, per alleviare il disagio connesso ai propri vissuti sessuali, alleviare le frustrazioni connesse a momentanee disfunzioni relative alla sessualità tipiche dell’adolescenza (eiaculazione precoce, disturbi erettili ecc.) e migliorare le prestazione sessuali.

Inoltre dall’analisi della letteratura si evince una maggiore attenzione solo sugli effetti tossici che nel lungo periodo la sostanza comporta sulla sessualità, oscurando o minimizzando il fatto che è proprio la ricerca degli effetti positivi sulla sessualità uno dei principali incentivi all’uso delle sostanze.

Dall’esperienza di chi scrive si deduce che i ragazzi tossicodipendenti intervistati hanno fatto uso di sostanze esplicitamente allo scopo di migliorare le performance sessuali e che in molti di loro il problema sessuale ha influito significativamente sull’inizio dell’uso di sostanze.

I disturbi sessuali e la ricerca del piacere sessuale costituiscono un importante fattore di rischio che precede l’uso di sostanze. Le droghe illegali usate per tali scopi hanno effetti molto diversi tra loro ma tutte agiscono sui centri del piacere.

Tratto da Tossicologia e tossicodipendenza in sessuologia di Carderi A e La Pera G.  in Sessuologia medica. Trattato di psicosessuologia e medicina della sessualità (a cura di) Jiannini E., Lenzi A. 

 

Giu 02

Ansia del concepimento e disfunzione erettile

ansia da concepimento

L’attività sessuale umana, a differenza di quella animale, può prescindere dallo scopo più strettamente biologico e sociale della riproduzione, concentrandosi su scopi più ludici ed erotici.

Questa capacità di godere dell’attività sessuale può essere minacciata e inibita allorché la coppia, spinta dalla necessità di passare dallo status coniugale a quello genitoriale, inizi ad adoperarsi per dar seguito al proprio progetto procreativo.

Una scelta questa che può avere delle ricadute pesanti sulla serenità della vita sessuale dei partner se il desiderio di una gravidanza si trasforma in una vera e propria ossessione procreativa.

Quando l’interesse sessuale diventa ad esclusivo appannaggio del concepimento e il sesso perde la sua connotazione erotica e ludica riducendosi ad un impegno, la sfera sessuale  può subire un condizionamento negativo che porta alla diminuzione della frequenza e della spontaneità dei rapporti e all’insorgenza di disfunzioni sessuali.

Nell’uomo lo stress fisico e psichico causato dal sentirsi responsabile di un atto da cui dipenderà il concepimento di un figlio può, infatti, innescare una risposta d’ansia da prestazione tale da determinare calo del desiderio sessuale, difficoltà di eiaculazione e disfunzione erettile.

La ricerca di una gravidanza e la consequenziale necessità di avere rapporti sessuali finalizzati in momenti specifici può condizionare negativamente la vita sessuale. In simili condizioni la pressione inerente i tentativi di concepire può dar luogo a tensioni e conflitti (Bagshawe A e Taylor A, 2003; Zabihi Rigcheshme M, et al., 2012) all’interno della coppia tali da compromettere la funzionalità psico-sessuale dell’uomo.

Se esiste la confermata possibilità che disfunzioni sessuali possono originare una infertilità di coppia, ancor più una accertata condizione di infertilità potrà dare origine a disfunzioni sessuali sia maschili che femminili.

Negli uomini a prescindere dalla loro integrità fecondativa, l’eccessivo stress fisico e psichico legato alla necessità di avere rapporti sessuali finalizzati e dipendenti dall’ovulazione unitamente alla responsabilità fecondativa può innescare una risposta d’ansia da fecondazione (Carderi A, 2017).

Un’ansia, quella del concepimento, che nella propria specifica eziologia inibisce la risposta sessuale e innesca problemi sessuali di tipo situazionale come calo del desiderio, eiaculazione ritardata e disfunzione erettile (Behjati Z et al., 2010; Etesamipour R, et al., 2011; Zahra Z, et al., 2017, Carderi A, 2017).

L’Ansia procreativa porta l’uomo a focalizzare l’attenzione sulla riuscita riproduttiva a scapito degli stimoli erotici che normalmente servono ad aumentare l’eccitazione sessuale (Nelson AL e Purdon C, 2011). La presenza di pensieri riferiti alla fecondazione, infatti, impedisce alla persona di focalizzare dell’attenzione sulle sensazioni di piacere indotte dallo stimolo sessuale e blocca l’elaborazione di fantasie sessuali eccitanti, facendo quindi venire a mancare importanti componenti di attivazione in grado di far scattare nella corteccia limbica l’interruttore innescante il desiderio sessuale e quindi l’erezione.

Tale quadro è esacerbato dal fatto che il rapporto sessuale privato del suo valore erotico, è caratterizzato da un minor numero di preliminari, basso desiderio sessuale, scarsa percezione dell’eccitazione psichica e fisica (Marci R, 2012). Per cui la mancanza di stimoli erotici riduce il focus attentivo sessuale comportando uno scadimento della stessa risposta sessuale di eccitazione.

La reazione di ansia che ne deriva si condiziona alla situazione sessuale specifica del concepimento così che qualunque stimolo erotico finalizzato alla gravidanza licita una risposta stimolo specifica qual è l’ansia da concepimento (Carderi A, 2017).
Si delinea così una sessualità finalizzata che mina la funzionalità sessuale maschile.

La pressione esercitata dalla richiesta fecondativa unitamente all’insoddisfazione sessuale e alla perdita di una sessualità erotica e alle conseguenti tensioni relazionali sono gli ingredienti che alimentano l’ansia da fecondazione e, attenuando la risposta di eccitazione soggettiva, provocano significative difficoltà sessuali durante il coito.

Infine, il ripetersi del fallimento procreativo comportando un aumento dei livelli di ansia da fecondazione e di frustrazione può portare alla messa in atto di comportamenti di evitamento sessuale.

Programmare il rapporto, dunque, è un rischio per la funzionalità sessuale maschile; pertanto il mio consiglio per chi cerca un figlio è quello di fare l’amore sull’onda del desiderio e del piacere.

Dr.ssa Anna Carderi 

Mag 27

Campo scuola. I bambini prima di tutto!

bambini e campo scuolaI campi scuola, in una alta percentuale di casi, rappresentano per nostro figlio la prima esperienza di vita al di fuori dell’ambiente familiare.

Per loro è l’occasione per crescere, acquisire autostima, diventare più autonomi facendo esperienza di sé, sperimentando numerose attività creative e sportive, e degli altri, promuovendo il controllo emotivo e il superamento di ogni sensazione di isolamento e di diversità.

Proprio per queste sue caratteristiche nella scelta del campo scuola dobbiamo tener conto delle diverse esigenze – mediche e psicologiche – di nostro figlio.

L’offerta dei campi estivi è vasta ma qual è quella che si confà di più a nostro figlio?

Possiamo puntare sul judo, trekking e tiro all’arco nel caso nostro figlio manifesti iperattività o un deficit dell’attenzione, il rugby o il basket nel caso di dislessia. Tutte attività che cercano di stimolare concentrazione e attenzione. L’attività sportiva oltre a far scoprire attitudini e capacità nascoste, favorendo così l’autonomia dei ragazzi, consente loro di canalizzare le energie, conoscere e rispettare i limiti.

Se nostro figlio predilige invece un’attività artistica, le arti del circo fanno per lui. L’acrobazia, la giocoleria, i numeri di equilibrismo e l’arte dei clown sono tutte attività che richiedono un alto livello di attenzione, di precisione e coordinazione dei gesti come pure il bricolage.

Se  invece la tendenza è quella di chiudersi e non relazionarsi con gli altri, vanno stimolate le corde della socialità, dando quindi la precedenza a campi scuola in cui poter svolgere attività di squadra e in cui sono fondamentali la relazione e la comunicazione.

Inoltre, in vacanza si impara anche ad accettare e gestire una malattia come il diabete o una disabilità. È un occasione per poter condividere momenti indimenticabili con tanti ragazzi che vivono esperienze simili alle loro senza sentirsi diversi, collaborando e divertendosi insieme.

Quindi mamme e papà no panic!

Mandiamoli con fiducia e al momento della scelta tra i possibili campi scuola, lasciate che l’ultima parola sia la loro!

dr.ssa Anna Carderi

tratto da il Nuovo

Mag 27

Campo scuola istruzioni per l’uso.

campo scuolaLa lunga pausa estiva dalla scuola sta per iniziare. Un tempo più o meno di tre mesi che non coincide con gli impegni dei genitori. Un problema non da poco specie se non si può fare affidamento su nonni o parenti vari.

Quale miglior opportunità del campo estivo?

Il campo scuola per i nostri figli è una occasione per raggiungere l’autonomia e per noi genitori è l’occasione di concederla. In questa ottica il campo estivo può essere una grande esperienza di vita per i bambini, costruendo la loro indipendenza e quelle competenze sociali che useranno per tutta la vita.

Per questo motivo è necessario scegliere il centro estivo con attenzione, avendo cura di valutare le attività che verranno svolte e la professionalità di coloro che si occuperanno dei nostri bambini. Per una scelta serena e consapevole è buona cosa informarsi sulle modalità educative della struttura e sulla preparazione della équipe nell’eventualità il bambino abbia particolari esigenze mediche, come il diabete o l’asma, disabilità o disagi psicologici come disturbi dell’attenzione, iperattività ecc.

Inoltre, favorire un utile confronto stabilendo con gli educatori e tutto lo staff un rapporto di fiducia e di collaborazione ci consentirà di acquisire quelle corrette informazioni inerenti la salute o le eventuali difficoltà di inserimento di nostro figlio in modo da agire al meglio e acquietare le nostre ansie.

E poi ci sono i nostri figli che è bene coinvolgere nella decisione di trascorrere del tempo lontano da casa. Un bambino deve sentirsi pronto a separarsi. È bene sapere che, costringerlo o forzarlo, magari con la promessa di riportarlo a casa se ​​non gli piace l’esperienza di essere lontano, lo renderà solo più insicuro. Anche commenti che esprimono ansia o ambiguità come “spero che andrà tutto bene” o “cosa farò senza di te” sono deleteri in quanto possono lasciare un bambino preoccupato che qualcosa di negativo possa accadere a lui o a noi genitori.

Detto ciò teniamo sempre conto dei rimandi che i nostri figli ci faranno.

Quindi, al loro ritorno, se si tratta di un campo semiresidenziale o durante la telefonata serale, se abbiamo optato per uno residenziale, è importante consentirgli di raccontare le esperienze fatte durante il giorno, come lo è incoraggiarli.

Infine, per quanto il campo scuola offra a noi genitori una pausa dalla gestione quotidiana dei figli, evitiamo che si trasformi in un parcheggio o in una vacanza senza famiglia. Sebbene questa esperienza sia funzionale alla crescita dei nostri figli essa rimane una valore aggiunto e non può essere sostitutiva della vacanza con tutta la famiglia!                                         .

 dr.ssa Anna Carderi

tratto da il Nuovo

Mar 26

Burn-out: quando insegnare esaurisce

psicologo romaOggi la scuola, oltre alla tradizionale funzione educativa, è chiamata a svolgere anche quella di custodia ed assistenziale, la classe docente è, quindi, sottoposta a richieste eccessive, deve ricoprire una molteplicità di ruoli spesso discordanti tra loro, che deludono poi le iniziali aspettative nei confronti della professione. Questo sovraccarico lavorativo, spesso svalutato e non riconosciuto a livello sociale, può se protratto nel tempo sfociare nel burn out.

Il burn out è una condizione conseguente ad una situazione di stress prolungato tipica delle professioni che prestano aiuto (le helping professions o professioni d’aiuto), soccorso, sostegno agli altri (insegnanti, educatori, medici, infermieri, assistenti sociali, psicologi, sacerdoti, ecc.), nelle quali la relazione tra i soggetti interessati presuppone un forte coinvolgimento personale, tale che le qualità individuali diventano predominanti rispetto alle competenze, alle conoscenze tecniche.

Si instaura nel momento in cui l’individuo non riesce ad affrontare in modo costruttivo le situazioni di stress insite nell’ambiente lavorativo. In tal caso egli scivola a poco a poco in una forma di “adattamento” patologico di tipo difensivo, che si esprime in atteggiamenti e comportamenti quali l’appiattimento nel lavoro di routine, rigidità, cinismo, in breve in un “ritiro psicologico” nei confronti del proprio lavoro.

Cosicché il Burn-out interrompe il processo educativo, in quanto il docente, spossato dallo stress fisico e mentale, riduce al minimo indispensabile l’investimento delle proprie risorse professionali si distacca emotivamente e fisicamente dall’allievo e si adatta ad un lavoro superficiale di routine scolastica (spiegazione, interrogazione, compilazione di documenti ecc.), oppure abbandona il proprio posto di lavoro (assenteismo e turnover), provocando così un peggioramento inevitabile della qualità relativa all’insegnamento stesso.

L’insorgenza della sindrome del Burn-out si manifesta attraverso una serie di segni e sintomi variamente associati che, se identificati precocemente, consentono il riconoscimento del disagio lavorativo latente e la gestione del processo di logorio professionale attraverso idonee strategie.

Il Burn-out colpisce gli insegnanti quando viene a mancare in loro il coinvolgimento emotivo e soprattutto il carattere relazionale di aiuto specifico della professione. Per gli insegnanti vittime dello stress è molto importante considerare le proprie reazioni emotive allo stress, perché di fronte allo stesso evento potenzialmente stressante non tutti reagiscono ugualmente. Imparando a tenere sotto controllo il proprio stress si è maggiormente in grado di neutralizzare gli effetti negativi della situazione lavorativa che non si possono cambiare.

Il problema può essere risolto attraverso “l’autoregolazione delle emozioni”, cioè la capacità di limitare l’insorgere di forti emozioni negative e di favorire il manifestarsi di quelle positive. Imparare a riconoscere le emozioni negative e irrazionali e a sostituirle con modalità di pensiero più razionali e positive consente di  contenere le tensioni emotive, evitando una cattiva gestione dello stress.

Quindi … cosa fare?

  • Valutare correttamente l’evento
  •  Accettare l’evento critico inatteso come esperienza di vita spiacevole, riprovevole ma possibile;
  •  Accettare di avere responsabilità personale nell’aver partecipato e vissuto l’evento critico (spesso genera sensi di colpa);
  • Accettare di avere responsabilità non finalizzata però alla volontà di vivere l’evento critico (spesso tale differenza solleva la persona da ruminazioni cognitive di colpa).

Infine ricordiamoci che in quei giorni in cui ci si sente annegare basta fermarsi a respirare!

dr.ssa Anna Carderi

Mar 15

A scuola con i bulli.

bullismo e bulli a scuolaIl bullismo è oggi un argomento particolarmente ‘di moda’, con cui si definiscono erroneamente tutti i problemi disciplinari del gruppo classe!

Ci sono alunni tranquilli, laboriosi ed educati, con una solida famiglia alle spalle che tiene in primaria considerazione il fattore “educazione”; vi sono, invece, alunni problematici, vivaci, poco rispettosi dell’ambiente e delle persone che li circondano …  questi spesso vengono definiti come bulli.

È sempre bullismo o lo stereotipo finisce con l’inglobare situazioni che nulla hanno a che fare con esso?

Com’è possibile capire che cosa fa la differenza?

Quel che differenzia i giochi turbolenti come la lotta per finta o le aggressioni giocose da un vero e proprio attacco fisico o verbale che sia, risiede nell’intenzionalità, nella persistenza e nell’asimmetria interazionale del comportamento messo in atto.
Il bullo mette in atto intenzionalmente dei comportamenti fisici, verbali o psicologici con lo scopo di offendere l’altro e di arrecargli danno o disagio. Esempi ne sono:
  • a livello fisico, il punzecchiare, il tirare i capelli, picchiare, dare calci, pugni, richiudere in una stanza, dare pizzicotti, spingere, graffiare, danneggiare le proprietà dell’altro;
  • a livello verbale,  l’uso di un linguaggio offensivo, molesto e allusivo, telefonate offensive, estorsione di denaro o beni materiali, intimidazioni e minacce, prese in giro e offese per il colore della pelle, dicerie e bugie sul conto di qualcuno, fargli il verso ad esempio ridicolizzando il suo modo di parlare, ecc.
  • a livello non verbale, fare brutte facce o gesti rudi, manipolare o danneggiare i rapporti di amicizia, escludere sistematicamente e isolare socialmente, inviare lettere scritte o frasi offensive. Gesti, mimica facciale per mettere in ridicolo, ammiccamenti, scimmiottarlo, ecc.
Questi episodi assumono la forma di bullismo se sono protratti nel tempo e l’interazione bullo-vittima è asimmetrica, fondata cioè, sul disequilibrio e sulla disuguaglianza di forza tra il bullo che agisce e la vittima che spesso non è in grado di difendersi.

A dispetto di quanto si pensi all’interno delle scuole il bullismo riguarda tutti gli alunni, e non solo quelli che vi prendono parte in maniera più evidente. Nella messa in scena del bullismo tutti giocano un ruolo fondamentale e specifico nel rinforzare il comportamento del bullo, aiutandolo (aiutante) ma anche solo ridendo, incitandolo o stando a guardare (sostenitore) non facendo niente cercando di rimanere fuori dalle situazioni di prepotenza (esterno), prendendo le difese della vittima (difensore), rimanendo in silenzio (spettatori silenziosi) e infine subendo le prepotenze (vittima).

Partendo da tale presupposto va da sé che un’efficace azione antibullismo passa attraverso la responsabilizzazione e il coinvolgimento del gruppo di coetanei.

La specificità di un intervento preventivo deve essere rivolto a tutti gli alunni e non direttamente ai “bulli” e alle loro vittime. L’intervento psicologico rivolto esclusivamente al  bullo e alla vittima è inefficace. Risulta maggiormente efficace agire sulla comunità degli spettatori.

Questo perchè, da una parte, il “bullo” non è motivato al cambiamento in quanto le sue azioni non sono percepite da lui come un problema, dall’altra, l’intervento diretto sulla vittima, pur efficace a fini individuali, non lo è per quanto riguarda la riduzione del fenomeno del “bullismo”; quella vittima cesserà di essere tale e il bullo ne cercherà presto un’altra nel medesimo contesto.

La complessa natura relazionale del bullismo, richiede, dunque, di incentrare l’intervento su tutto il gruppo al cui interno nascono, si diffondono e trovano supporto le molestie tra compagni.

Nello specifico, gli alunni neutrali che cercano di non farsi coinvolgere nelle dinamiche delle prepotenze devono essere sospinti a intervenire a difesa e tutela delle vittime, mentre i compagni che sostengono la prevaricazione con la loro tacita approvazione devono essere sensibilizzati alla sofferenza fisica e psicologica di chi è oggetto di prepotenze.

Solo attivando l’impegno di tutti i docenti e di tutti gli allievi il bullismo può essere prevenuto e contrastato.

Dr.ssa Anna Carderi

Feb 15

Fecondazione eterologa si … ma non per tutti. I requisiti dei pazienti e dei donatori.

fecondazione eterologa psicologo roma Sembra proprio che la travagliata avventura della fecondazione eterologa sia destinata a continuare.

Ebbene si! Nonostante sia stato riconosciuto “il diritto incoercibile delle coppie ad avere figli” e il consequenziale accesso delle coppie di pazienti alla PMA di tipo eterologo l’esercizio di tale diritto è però subordinato all’esistenza di alcuni requisiti soggettivi specifici.

Vediamoli insieme!

In primis, le Tecniche di PMA eterologa sono eseguibili unicamente qualora sia accertata e certificata una patologia che sia causa irreversibile di sterilità o infertilità.

Nella donna si deve dimostrare una o più delle seguenti patologie:
– ipogonadismo ipergonadotropo;
– ridotta riserva ovarica dopo fallimento di fecondazione omologa;
– affette o portatrici di un significativo difetto genetico o che hanno una storia familiare di una condizione per la quale lo stato di portatore non può essere determinato;
– ovociti e/o embrioni di scarsa qualità o ripetuti tentativi di concepimento falliti tramite tecniche di PMA;
– donne con fattore iatrogeno di infertilità.

Per quanto riguarda invece gli uomini l’eterologa è legittimata dalla presenza di:
– dimostrata infertilità da fattore maschile severo (azoospermia e oligoastenoteratozoospermia severa o mancata fertilizzazione dopo iniezione intracitoplasmatica di sperma [ICSI]);
– disfunzione eiaculatoria incurabile;
– affetti o portatori di un significativo difetto genetico o che hanno una storia familiare di una condizione per la quale lo stato di portatore non può essere determinato;
– infezione sessualmente trasmissibile che non può essere eliminata;
– fattore iatrogeno di infertilità;
– partner femminile è Rh-negativo e gravemente isoimmunizzata e il partner maschile è Rh-positivo.

Inoltre, per poterne usufruire i coniugi o conviventi devono essere di sesso diverso, maggiorenni, in età potenzialmente fertile, entrambi viventi (art 5, legge 40 /2004).

Deve ritenersi applicabile anche per la PMA eterologa il limite di età indicato nella previsione contenuta nell’art. 4 L. 40/04 secondo la quale può ricorrere alla tecnica la donna “in età potenzialmente fertile” e comunque in buona salute per affrontare una gravidanza. su suggerimento delle Società Scientifiche, si sconsiglia comunque la pratica eterologa su donne di età >50 anni per l’alta incidenza di complicanze ostetriche.

Per la donazione di gameti maschili è comunque rilevante allo stesso modo l’età della partner, con le stesse limitazioni.

Ma chi può donare?

Premesso che la donazione è anonima e che quindi i donatori/donatrici non hanno diritto di conoscere ĺ’identità del soggetto nato e il nato a sua volta non potrà conoscere l ́identità del donatore/donatrice, anche i donatori devono sottostare ai requisisti di selezione.

La donazione di gameti è consentita ai soggetti di sesso maschile di età non inferiore ai 18 anni e non superiore ai 40 anni, e ai soggetti di sesso femminile di età non inferiore ai 20 anni e non superiore ai 35 anni.

Inoltre, il donatore, maschio o femmina che sia, rilevata la storia medica, viene sottoposto a valutazione clinica, esami ematici e culturali di routine, test e screening per controllo dei donatori; valutazione genetica e di patologie malformative attraverso questionario anamnestico e consulenza genetica; analisi di laboratorio: HBsAg o HBV-NAT, HBs Ab, HBcAb IgG e IgM , Ab anti HCVAb o HCV-NAT, HIV 1/2 ab (IV generazione) o HIV-NAT, Ab anti-Citomegalovirus IgG, IgM TPHA-VDRL, Gruppo sanguigno e fattore Rh.

A tutto ciò si aggiunge l’analisi del liquido seminale(spermiogramma) per lui e il test del seme per lei.

Infine, la normativa europea stabilisce che la donazione di cellule riproduttive da utilizzare nell’ambito delle tecniche di PMA di tipo eterologo è atto volontario, altruista, gratuito, interessato solo al “bene della salute riproduttiva” di un’altra coppia. Non potrà esistere una retribuzione economica per i donatori/donatrici, né potrà essere richiesto alla ricevente contributo alcuno per i gameti ricevuti.

Dr.ssa Anna Carderi

Feb 13

Le fasi generali del trauma

le fasi del trauma psicologo romaDifronte ad un evento grave le persone coinvolte possono manifestare reazioni emotive in modi e tempi diversi. Queste differenze dipendono da molteplici fattori come il livello di gravità dell’evento traumatico, il grado di esposizione individuale, la personalità e le capacità che ognuno ha di affrontare e di superare momenti difficili.A dispetto di queste differenze individuali, tutti i soggetti sottoposti ad un evento passano attraverso specifiche fasi del trauma quasi come fossero le tappe di un percorso comune obbligato.                             Conoscere queste fasi, che vanno dall’impatto emotivo, alla fase di shock fino ad imparare a convivere con l’evento, diventa essenziale per svolgere un’attenta attività di prevenzione che possa essere svolta da personale non specializzato, come i comandanti diretti, ma che ha un potenziale di osservazione maggiore di chiunque altro.             Secondo il modello del Trauma Center di Boston (Solomon, 2002; Fernandez, 2002) le fasi generali del trauma sono fondamentalmente 6.                                                                                                                                           Inizialmente, la situazione di emergenza stimola una reazione di allarme sia a livello fisico (il corpo si prepara per una azione di attacco/fuga), sia mentale (aumento della capacità di elaborare informazioni).

Se l’evento è per gravità, durata e livello di intensità, tale da non poter essere gestito con queste usuali risposte di fronteggiamento la persona viene pervasa da un senso di stordimento e confusione … è la fase dello shock. 

Tipiche di questa fase di disorganizzazione mentale sono le reazioni fisiologiche da stress come: brividi, sensazione di avere la testa vuota, pianto, nausea e pulsazioni accelerate.            

A livello emotivo si può vivere una condizione di negazione, ottundimento (incredulità o difficoltà a ricordare i dettagli dell’evento) e dissociazione (“è successo come se io non fossi presente… come se stessi guardando un film…”). Comuni possono essere anche uno stato di iperattività generale con vissuti emotivi di rabbia, paura, tristezza, sensazioni di isolamento da quello che accade intorno e possibile esaltazione per essere sopravvissuto.

Queste reazioni fisiologiche ed emotive di solito durano al massimo un paio di giorni e diminuiscono progressivamente lasciando lo spazio alla fase dell’impatto emotivo, che può durare anche qualche settimana.

L’impatto emotivo colpisce persone diverse in tempi diversi.

Alcuni autori hanno osservato che dopo l’attentato dell’11 settembre 2001 alle torri gemelle di New York l’impatto emotivo si è manifestato in modo significativo sui testimoni oculari entro i primi due giorni; mentre gli operatori dell’emergenza, concentrati nei loro compiti, sono stati colpiti dopo alcune settimane, o dopo alcuni mesi, dal ritorno alle normali occupazioni.

Le reazioni tipiche riguardano:

  • esaltato senso del pericolo/ipervigilanza;
  • incubi;
  • pensieri e immagini intrusive;
  • sintomi dissociativi;
  • disagio quando viene ricordato l’incidente;
  • evitamento di pensieri, di sensazioni e di ogni cosa che ricordi l’incidente;
  • sintomi di iperattivazione (come difficoltà ad addormentarsi, irrequietezza, irritabilità, scarsa capacità di concentrazione);
  • estrema stanchezza ed esaurimento fisico ed emozionale.

Tipico di questo stadio è l’emergere del senso di colpa per essere sopravvissuto.
Mano mano che la persona comincia a prendere la distanza emotiva dall’evento critico inizia ad elaborare a livello emotivo quanto è successo e a riflettere su come uscire dalla situazione.

E’ la fase del coping, a cui segue quella dell’accettazione.

La persona assume piena consapevolezza di quanto è accaduto, riesamina i suoi valori, accetta di essere vulnerabile e comincia a pensare che l’esperienza drammatica che ha vissuto è servita anche a farlo crescere e maturare. Questa presa di consapevolezza raggiunge il suo acme con l’accettare l’accaduto e con il conviverci.

La sofferenza così si trasforma in un’occasione di cambiamento e di miglioramento di se stessi e della propria esistenza. In definitiva, tramite il vissuto consapevole del dolore si diventa sostanzialmente più forti di fronte agli eventi imprevedibili della vita.

Adesso la persona può rivalutare la propria sofferenza, modificare l’idea che si ha di essa, integrarla nella propria storia individuale, oltre che viverla come un valore aggiunto per la propria persona, che rende sensibili, a sua volta, alle sofferenze altrui, alle quali si sarà portarti a porre rimedio. 

Dr.ssa Anna Carderi

Feb 06

l’Odissea della fecondazione eterologa

eterologa psicologo roma

Era il 9 aprile 2014, quando la Corte Costituzionale finalmente dichiarava l’illegittimità della norma della legge 40 del 2004 che vietava il ricorso a un donatore esterno di ovuli o spermatozoi nei casi di infertilità assoluta, decretando così l’incostituzionalità della fecondazione eterologa.

Cade così anche l’ultimo divieto contenuto nei 18 articoli del testo della Legge 40 che ha reso difficile la vita di molte coppie desiderose di avere un figlio.             Oggi le coppie sterili possono ricorrere al materiale genetico di un terzo donatore se uno dei due partner è sterile e qualsiasi uomo fertile può donare il proprio seme.

Dopo 10 anni di battaglie legali, etiche e morali che hanno affrontato la questione della conservazione degli embrioni, della diagnosi preimpianto e del numero di embrioni da impiantare nell’utero materno e la recente legittimazione dell’eterologa, quando tutto sembrava risolto, subentra l’ennesimo ostacolo manca proprio la materia prima i donatori.

Eppure all’indomani dell’approvazione della legge sembrava che tutti i centri di eccellenza di fecondazione assistita potessero assicurare una fecondazione eterologa assistita.

Ma come si suol dire, “avevano fatto i conti senza l’oste”.

In Italia manca completamente la cultura della donazione perché nessuno ha mai chiesto ai giovani di donare il proprio seme o ovocita.  Inoltre, le donne hanno difficoltà nel donare i gameti perché dovrebbero sottoporsi ad una stimolazione ovocitaria, controlli ecografici e successivo prelievo ovocitario chirurgico con anestesia, senza nessuna remunerazione. La legge italiana, infatti, vieta che ci sia una commercializzazione dei gameti, e quindi farsi pagare per donare il proprio seme non è legale. Inoltre le caratteristiche che deve avere la donna sono specifiche per età, maternità, e valori ormonali. Speriamo almeno nei gameti maschili anche se la percentuale di infertilità di coppia dovuto a problemi maschili è in aumento.

Per ovviare a ciò la gran parte dei centri di fecondazione assistita sta stringendo contratti di collaborazione scientifica con varie banche di gameti europee, in particolare di Spagna, Grecia e Danimarca.

Intanto, la tribù dei Social si muove verso la donazione fai da té.

Dr.ssa Anna Carderi

 

Feb 06

L’ABC della parità: come e perché educare i propri figli alla diversità.

diversità carderi

In una società che propone modelli vincenti che puntano all’omologazione generalizzata non valorizzando tacitamente le differenze individuali, il compito di noi genitori è quello di educare i nostri figli alla diversità  come arricchimento e valore aggiunto.

Un compito che cozza spesso e volentieri con la nostra stessa paura del diverso o xenofobia.

Molti di noi sono impauriti dal diverso.

Tutti, sicuramente, sono impauriti dall’idea di trovarsi in famiglia un figlio diverso.

Queste paure possono essere facilmente trasmesse ai nostri figli. Il graduale assorbimento delle nostre paure può far passare il bambino da uno stato di apertura alle diversità ad uno di chiusura e sfociare in atteggiamenti aggressivi e discriminatori verso i coetanei.

Inoltre, far crescere i nostri figli nell’insofferenza, nell’intolleranza e nella discriminazione del diverso può oltre che inquinare la relazione con gli altri, favorire l’insorgere di comportamenti violenti come il bullismo.

Come preservare nostro figlio dalle nostre stesse paure?

Il primo passo è proprio quello di tutelarlo da questa idea corruttrice della diversità insita in noi e nella stessa società.

È indispensabile far comprendere ai nostri figli il valore insito nelle differenze, contrapponendoci, con la forza dell’esempio, ad un tam tam di messaggi fuorvianti che ritraggono in modo negativo e socialmente indesiderabile tutto ciò che è diverso dal “normale”.  Il dialogo, la lettura, il cinema e il gioco, sono tutti strumenti atti a promuovere la conoscenza e l’accettazione della diversità, favorendo atteggiamenti positivi e rispettosi delle differenze individuali, familiari e culturali, comprese quelle relative all’orientamento sessuale, all’identità e all’espressione di genere.

Solo in questo modo possiamo favorire in loro la prosocialità. Cioè, lo sviluppo di abilità sociali e personali complesse, (quali la comunicazione, l’autocontrollo, l’empatia, la buona stima di sé, l’assertività, il problem solving) che permettano di “vivere bene con sé e con gli altri” e l’acquisizione di competenze sociali (l’assistenza, la promozione e lo sviluppo altrui, la valorizzazione della diversità, la solidarietà, la consapevolezza politica) e che preservano dall’insorgere di comportamenti devianti, di disagio e di disadattamento sociale.

Ricordiamoci che promuovere nei propri figli idee libere dal razzismo, dall’omofobia, ecc, equivale a promuovere in loro la libertà di essere se stessi e di trovare spazio in una società senza nascondersi e raccontare bugie sui propri desideri, sulle proprie pulsioni, sulla propria famiglia o sui propri amori.

 D.ssa Anna Carderi

 

 

Gen 25

Stress e strategie di coping

strategie di coping carderiOgni condizione che turbi l’equilibrio del sistema individuo-professione-ambiente può essere un potenziale fattore di stress.

È importante ricordare che gli eventi sono stressanti nella misura in cui sono percepiti come stressanti: un evento può essere fonte di stress per una persona e stimolante occasione di sfida per un’altra.

Sono molti i fattori che nella vita di tutti i giorni generano stress.

Essi possono essere fisici (shock elettrico, esposizione al freddo, a rumori, a campi magnetici), metabolici (riduzione dei livelli di glicemia), psicologici (prova d’esame, abusi, conoscere persone nuove), psicosociali (lutto , separazione, disoccupazione, questioni legali).

Tutte situazioni, in cui ogniuno di noi, a proprio modo e con i propri strumenti, cerca di affrontare efficacemente lo stress.

Questo è il coping!

Il coping (dall’inglese to cope = far fronte) è quindi quel processo adattivo che mettiamo in atto per fronteggiare e gestire gli stressor.

Il coping comprende perciò tutte quelle strategie cognitive e comportamentali che mirano a ridurre il rischio di probabili danni indotti da eventi stressanti (coping focalizzato sul problema) e a contenere le reazioni emozionali negative (coping focalizzato sulle emozioni).

Ovvero, la persona cerca di affrontare, comprendere ed elaborare a livello emotivo, cognitivo e comportamentale quanto è successo e di riflettere facendo congetture sulle circostanze e sulle cause al fine di controllare le specifiche richieste interne e/o esterne che vengono valutate come eccedenti le risorse della persona.

In particolare, le strategie di coping differiscono tra loro a seconda dell’utilizzo e della modalità di approccio o di evitamento messa in atto.  Ci sono persone che hanno la tendenza ad affrontare il problema in maniera diretta, cercando soluzioni per fronteggiare la situazione esterna che provoca stress, in questo caso si parla di task coping (centrato sul compito); altre si focalizzano e si abbandonano ad emozioni di speranza o rassegnazione (emotion coping); altri ancora negano la situazione focalizzandosi su attività che distolgono l’attenzione dal problema (avoidance coping).

Non sempre le nostre strategie, però,  garantiscono  il successo!

Ad esempio negare l’impatto emotivo o evitare di affrontarlo può impedire un coping costruttivo e la conseguente risoluzione del problema.

Se la strategia è disfunzionale può addirittura amplificare la situazione stressante.

La risultante è che spesso ci sentiamo bloccati da pensieri come … “Non ce la farò mai” … “Sono un debole” … “Capitano tutte a me” … in un ruolo limitante ed invalidante come quello di vittima che concorre a mantenere inalterata la reazione di stress.

Per non bloccarsi in questo  ruolo limitante ed invalidante, nella persona  vanno sostenute e rinforzate quelle strategie di coping (“capacità di far fronte agli eventi”) che possano fungere da “cuscinetto” emotivo ed affettivo

È necessario che la persona sia aiutata al riconoscimento di quei pensieri che ostacolano il normale processo di adattamento (ristrutturazione cognitiva dei significati attribuiti all’evento) favorendo un pensiero meno rigido del tipo “Anche questa passerà e la mia vita migliorerà”.

A tal fine è utile far leva sulle situazioni passate che la persona è riuscita a superare che avvalorano le sue capacità, darsi tempo necessario per affrontare l’evento, cercare e saper usufruire del sostegno degli altri.

Inoltre,  il confronto diretto con il problema permette di pianificare una soluzione più funzionale ed efficace al problema.

Tutto ciò consente alla persona di assumere piena consapevolezza di quanto è accaduto, riesaminare i suoi valori, accettare di essere vulnerabile e cominciare a pensare che l’esperienza drammatica che ha vissuto è servita anche a farlo crescere e maturare: “non posso controllare tutto quanto accade intorno a me, ma posso controllare la mia reazione”, “ho fatto del mio meglio, non potevo fare altrimenti”;

 dr.ssa Anna Carderi

Dic 16

Stress da incidente critico (CISM)

stress da incidente critico carderiOgni condizione che turbi l’equilibrio del sistema individuo-professione-ambiente può essere un potenziale fattore di stress.

Le reazioni di stress possono essere la conseguenza di  eventi o situazioni che provocano una pressione straordinaria sulla persona.

Nel condizionare l’entità della risposta, oltre alla natura dello stressor sono molto importanti anche l’intensità, la frequenza e la durata dello stimolo: stressor troppo potenti, frequenti e prolungati sono in grado di superare la possibilità di resistenza dell’organismo, e di iniziare un processo patologico.

Tra le varie forme di stress, una particolarmente grave è lo stress da incidente critico. Il Critical Incident è stato definito da Mitchell e Everly [1996] come: “ qualunque situazione capace esercitare nell’individuo un impatto fortemente stressante, tale da annientare i meccanismi di coping solitamente utilizzati “.

In genere lo stress traumatico è il risultato di un attacco singolo, improvviso e violento che colpisce e mette in pericolo un individuo, o qualcuno vicino a lui, sia fisicamente sia psicologicamente.

Esso si caratterizza per il fatto di essere indotto da un evento traumatico specifico  cosiddetto “incidente critico”. Gli eventi critici sono eventi improvvisi ed inaspettati,  che sconvolgono la nostra sensazione di controllo, implicano una percezione di minaccia, possono comportare delle perdite fisiche e/o emotive e violano i presupposti abituali su “come funziona il mondo” tanto da compromette il senso di stabilità e di continuità fisica o psichica di una persona ed  interferire negativamente nell’utilizzo dei propri schemi cognitivi e skills.

Quindi, l’evento traumatico è qualcosa di così sconvolgente e dirompente, che non riusciamo a gestire con efficacia a livello psicologico, in quanto le nostre risorse risultano insufficienti. Per usare una metafora di Freud, dobbiamo pensare ad una diga costruita per controllare una certa portata d’acqua, che viene improvvisamente travolta da una massa d’acqua superiore alle sue capacità.

Come conseguenza di eventi traumatici possiamo sperimentare vari momenti di crisi intesa come “uno stato temporaneo di turbamento e di disorganizzazione, caratterizzato prevalentemente da un’inabilità a fronteggiare una particolare situazione utilizzando i metodi abituali di risoluzione dei problemi” (Fernandez, 2002).

Anche se in realtà ci sono delle differenze tra le persone nel modo di rispondere agli eventi critici, il Critical Incident tende comunque a produrre nell’individuo delle forti reazioni emotive che, in alcuni casi hanno un impatto minimo, ma in altri, potrebbero anche arrivare a interferire negativamente con il normale funzionamento della persona ed a ridurre considerevolmente le sue capacità lavorative.

Agli inizi, ad esempio sulla scena dell’evento, esse si manifestano con intontimento e un generale senso di disorientamento, ma possono arrivare a manifestarsi anche con un vero e proprio malessere o disagio psicologico che, se non trattato con la dovuta attenzione, può evolvere nel tempo in quadri clinici seri, come ad esempio il Disturbo Acuto da stress o il Disturbo PostTraumatico da stress (PTSD come viene in genere citato nella letteratura internazionale).

Oltre alle vittime  stesse, le persone più soggette a sviluppare tale sindrome sono gli operatori, sanitari  e non ( autisti soccorritori, infermieri, medici, psicologi, forze dell’ordine, vigili del fuoco, etc.) che operano in emergenza. Al pari delle vittime, negli operatori questa condizione può generare, nel tempo, diversi effetti che vanno da un forte disagio ad uno stato di conclamata patologia. Può, altresì, produrre una forte diminuzione delle proprie capacità personali e professionali, che si esprime anche attraverso un senso di disagio, un disorientamento nella scena dell’evento fino ad un vero e proprio malessere, che non permette di ottenere l’indispensabile sintonia con gli altri operatori con i quali si trova ad operare. Non permette di utilizzare in modo corretto i protocolli operativi o linee guida; non permette di valutare con la necessaria lucidità le esigenze del paziente o dei pazienti (Triage) e le appropriate modalità terapeutiche da utilizzare. Inoltre, si può riscontrare una insufficiente valutazione dei pericoli presenti sulla scena dell’evento.

La Critical Incident Stress Sindrome può evolvere nel tempo portando il soggetto a manifestare quadri clinici differenti. Tra i più frequenti vi sono il Disturbo Acuto da Stress e il Disturbo Post Traumatico da Stress.

L’opera principale dello psicologo si esplica su due versanti quello della persona vittima di incidente e quella dell’operatore.

Inerentemente alla vittima l’intervento consiste nell’aiutare a gestire lo sconvolgimento emozionale, a facilitare il recupero funzionale abituale, a rafforzare la resilienza, a prevenire il peggioramento dei sintomi.

Si tratta di un intervento diverso dalle modalità classiche di lavoro psicologico poiché si rivolge a persone “normali” che reagiscono normalmente ad una situazione anormale ed estrema, mostrando reazioni che non sono da considerarsi patologiche e che non richiedono interventi terapeutici tradizionali.

Il compito di mitigare lo stress negli operatori può essere organizzato come processo continuo di prevenzione, intervento precoce sul luogo e follow-up immediato.

Uno degli strumenti più accreditati per soddisfare le esigenze di intervenire nelle situazioni di grave stress è il Critical Incident Stress Management. Ideato da Jeffrey T.Mitchell e George S. Everly Jr.

Gli interventi possono assumere la forma di training, consulenze di defusing, debriefing e counseling di crisi.

 Dr.ssa Anna Carderi

Dic 11

Eiaculazione precoce. Cosa fare?

eiaculazione precoce carderiL’eiaculazione precoce è un disturbo abbastanza diffuso: ne soffre un italiano su 3. Il problema principale è che, nonostante le cure a disposizione,  solo il 9% affronta il disturbo.

La precocità eiaculatoria è un problema di natura psico-affettiva-comportamentale.

Tale incapacità a controllare l’eiaculazione mina tutta la sfera personale e relazionale con ripercussioni sulla stessa partner che spesso si sente derubata del proprio piacere sessuale e interpreta la precocità come un atto puramente egoistico di un uomo prettamente orientato al proprio soddisfacimento rendendo problematica la relazione di coppia. L’abbreviamento dell’atto sessuale, infatti, può dar luogo a una attività sessuale superficiale, mediocre, insensibile e inadeguata di tipo meccanica e orientata esclusivamente verso l’orgasmo, trascurando così l’erotismo corporeo.

Quale può essere la causa?

Le cause possono essere sia di natura psicologica sia organica.

Le cause psicogene possono originare da ignoranza informativa, riluttanza inconscia a una buona sessualità, ansia, paura di perdere il controllo,  paura del rifiuto o disapprovazione, incapacità di comunicare.

Può essere una risposta a rapporti sessuali noiosi, routinari o frettolosi e a stress in generale.

Anche un’esperienza sessuale negativa può svolgere un ruolo significativo nell’economia psichica del soggetto e condizionarne l’evoluzione futura dei rapporti sessuali.

Spesso nell’eiaculazione precoce è l’ansia a farla da padrone.

Pensieri inerenti la performance e l’adeguatezza sessuale possono distrarre l’uomo impedendogli di percepire le sensazioni preorgasmiche. Come la stessa precocità innesca nei successivi rapporti l’ansia creando così un circolo vizio. Inoltre la paura dell’insuccesso può far dilazionare nel tempo i rapporti sessuali concorrendo a mantenere il disturbo.

Nello specifico questi ed altri fattori possono innescare una risposta di adattamento per cui la persona apprende a rispondere velocemente allo stimolo sessuale.
Una volta istauratosi questo condizionamento esso rimane e si struttura come risposta incondizionata  a prescindere dallo stimolo che inizialmente l’ha provocata.

Come si struttura questa risposta? 

In genere nelle persone che soffrono da sempre di eiaculazione precoce questo tipo di risposta si è innescata nell’adolescenza come il prodotto di coiti affrettati in condizione di stress (coito interrotto, rapporti in auto, a casa dei genitori, la  paura di incidenti di percorso come gravidanze indesiderate, etc) dell’ansia associata ai primi rapporti sessuali e quindi all’inesperienza che spesso fa sì che il ragazzo non percepisca da subito le sue sensazioni preorgasmiche.

Anche il timore di non farcela o la presenza di disfunzione erettile può facilitare l’instaurarsi dell’eiaculazione precoce.

Infatti, in chi soffre di disfunzione erettile, l’eiaculazione precoce può essere una risposta funzionale che affretta il rapporto evitando così la perdita dell’erezione stessa.

Inoltre, l’eiaculazione precoce si verifica spesso in individui con sessualità precoce che si sono masturbati nell’adolescenza, i cui bisogni sessuali sono rimasti invariati negli anni e che presentano una iperestesia genitale.

In genere questi soggetti hanno un’intensa immaginazione che anticipa, precede e sostituisce la realtà.                   Ciò comporta che l’eccitazione invece che all’esperienza concreta è legata al vissuto immaginativo che ne accresce l’intensità. Ne consegue che per difendersi da questo eccesso eccitativo la persona si distrae andando a inficiare sul controllo volontario dell’eiaculazione.

Anche le tentate soluzioni utilizzate dalla persona possono condizionare la precocità dell’eiaculazione.

Chi è affetto da tale disturbo infatti, invece che concentrarsi sull’atto, spesso, nel tentativo di ritardare l’eiaculazione inizia a pensare a cose che possano distrarlo. Sono proprio questi pensieri distraenti e spiacevoli che, impedendogli di monitorare il proprio livello di attivazione sessuale e di percepire quando è vicino all’eiaculazione in modo da ritardarla, ne favoriscono la precocità.

Cosa fare?

È importante approcciarsi nel modo giusto!

Consultare un sessuologo permette di superare il problema, anche in tempi brevi.

Si tratta nello specifico di una terapia strettamente focalizzata sul problema.

Le mosse del sessuologo consistono nella prescrizione di esperienze che il paziente deve svolgere al di fuori della seduta, sia singolarmente che in coppia; questi “compiti” hanno come scopo quello di fargli raggiungere obiettivi concreti  che gli rimandino la possibilità di un cambiamento positivo e del ristabilirsi di un buon funzionamento sessuale.

Per aumentare la latenza eiaculatoria utili risultano la tecnica dello stop and start e degli esercizi di Kegel.

La procedura dello stop and start consiste nel comprimere con forza il pene sotto al glande per una durata di 3-4 secondi nel momento in cui si sente lo stimolo eiaculatorio così che l’eiaculazione venga bloccata.                             Tale esercizio costringe l’uomo a concentrarsi sulle sensazioni orgasmiche a riconoscerle e quindi a controllare il riflesso eiaculatorio così da ritardarlo. Inoltre poiché va ripetuto più volte nell’arco della settimana esso eleva la frequenza dell’attività sessuale stessa.

Nel trattamento dell’eiaculazione precoce, unitamente alle più tradizionali tecniche della compressione, dello stop and start o degli esercizi di Kegel, si possono usare numerose tecniche ipnotiche.

Molto utili sono pure le procedure di ipnorilassamento associate a quelle di rinforzo dell’Io.

Va da se che gli esercizi formano la persona a una buona educazione sessuale consentendogli di conoscere attraverso le tecniche che ritardano l’eiaculazione il proprio corpo e i messaggi che esso invia.

Nonostante il successo della terapia sessuale, nel trattamento dell’eiaculazione precoce non va dimenticato che è indispensabile una visita andrologica che ne escluda l’eventuale insorgenza organica.

Infatti,  l’eiaculazione precoce può avere cause di natura organica come diabete, malattie neurologiche degenerative che interessano i segmenti midollari lombosacrali, interventi chirurgici (simpaticectomia lombare, chirurgia dell’aorta addominale, rizotomie), uretrite, prostatite, trauma uretrale, uso di farmaci antiadrenergici (rauwolfia, guanidina, metildopa).

 Dr.ssa Anna Carderi

Dic 11

M’ama non m’ama … Genitori alle prese con le prime passioni amorose dei propri figli.

amori adolescenziali carderiQuello di genitore è il mestiere più difficile al mondo.

Per poterlo compiere al meglio siamo chiamati a mettere continuamente in discussione il nostro operato modulandolo a seconda dell’età dei nostri pargoli, delle loro fasi di vita e dei loro vissuti, incluso l’innamoramento e l’amore.

Ammettiamolo, non è facile armeggiare con l’innamoramento dei nostri figli, soprattutto se disperato perché non corrisposto.

Vederli rapiti da quelle stesse trepidazioni e voluttà che noi per primi abbiamo sperimentato suscita emozioni controverse.                                                                                                                                                                                       Orgogliosi di vederli crescere ma desiderosi ancora di proteggerli, di non lasciarli andare. Se, da una parte ne sorridiamo, dall’altra ne siamo allarmati soprattutto se nostro figlio è adolescente.

Diversamente dalle prime cotte di un figlio piccolo, con un figlio adolescente bisogna fare i conti con i suoi continui cambi di umore, con le sue ansie che tolgono fame e sonno e che irrompono prepotenti creando tensioni e conflitti anche in casa, rendendoci sempre più impotenti, esterni ed estranei e al contempo legati e coinvolti. Dobbiamo fare i conti con il fatto che  non siamo più al centro del suo mondo, con il distacco fisico ed emotivo, ma soprattutto ciò che maggiormente ci spaventa è che dobbiamo iniziare a fare i conti con la sua sessualità.

Allora cosa fare?

Prendiamo fiato, sospendiamo il giudizio e il pregiudizio, allontaniamo i nostri fantasmi e accogliamo i suoi voli pindarici, i suoi disagi, i suoi dubbi e le sue domande. È importante stargli vicino, rispettando i suoi silenzi e la sua sofferenza in caso di amore non corrisposto e la sua euforia in caso di amore corrisposto.

Evitiamo di sminuire ciò che prova!                                                                                                                                             Diamo ai suoi sentimenti il giusto peso, ossia quello di cui lo investe il nostro cucciolo, ormai diventato grande. Al contempo, poiché l’amore è un emozione totalizzante e l’idea del bene amato è intrusiva e fuorviante dobbiamo monitorare che nostro figlio continui ad impegnasi nello studio e nelle attività extra scolastiche.

Nel caso esse vengano trascurate evitiamo atteggiamenti troppo direttivi e punitivi, il rischio è quello di elicitare un atteggiamento oppositivo e trasgressivo e di ottenere l’esatto contrario di quanto da noi auspicato.

Poi, se non l’abbiamo ancora fatto e anche se siamo un po’ in ritardo, è il momento di parlare di sessualità.

Se i nostri figli hanno un storia già da un po’ è possibile siano passati dal provare amore al fare l’amore.

Non tutti siamo pronti a parlare di sesso e sessualità con i nostri figli.

Soprattutto se le basi non sono state gettate in tempi non sospetti quando erano piccoli.

Essere pronti a parlarne non è semplice ma è indispensabile essere preparati sull’argomento. Evitiamo di affrontarlo solo in termini di cautele, virus e gravidanze indesiderate.

È importante, invece, orientare la sessualità come scambio di doni dove si vuole dare e ricevere piacere, intimità, confidenza.

Essere presenti, affiancando i figli quando serve e quando è richiesto, mantenendo un dialogo aperto equivale a gettare le basi di una buona educazione emotiva.

È fondamentale aiutarli a fare scelte consapevoli (e monitorarli in modo non invasivo), senza imporre nulla. Ricordiamoci che i nostri figli hanno bisogno di noi nonostante siano convinti del contrario. Quindi è indispensabile rimandargli che in noi, a prescindere delle loro scelte, troveranno sempre conforto e aiuto.

E, anche se li per li sembrano non ascoltarci o perfino darci addosso in realtà in un secondo momento rifletteranno sulle nostre parole prendendone atto e agendo di conseguenza.

 dr.ssa Anna Carderi

Dic 06

Terapie riparative e presunzione curativa

terapia riparativa carderiDal 1973, anno in cui l’omosessualità sparì come ‘malattia’ dal DSM, il manuale diagnostico degli psichiatri americani, tutto è veramente cambiato nel modo di affrontare la psicoterapia dell’omosessuale?

Direi di no, vista la persistente promozione delle terapie riparative.

Nonostante siano passati 33 anni dalla cancellazione dell’omosessualità ancora oggi nell’immaginario di molti professionisti essa è vista come una malattia, una perversione e un’aberrazione e quindi come qualcosa da curare.

Una nicchia ben specifica di psicologi e psichiatri sono ancora inclini, nonostante i dettami della nostra Costituzione, della Carta dei diritti fondamentali della Ue e della posizione dell’Ordine nazionale degli psicologi, a riparare il paziente risucchiandolo in un percorso di etero-sessualizzazione, invece che sostenerne la sua libertà e la sua autonomia nella scelta del modo di sperimentare la propria sessualità.

Terapeuti, quelli riparativi, che mirano a convertire gli omosessuali alla sana eterosessualità spacciando per scienza teorie intrise di pregiudizi oppressivi e sacralizzati.

Ricondizionare l’orientamento sessuale dei pazienti omosessuali, tentando di ri-renderli eterosessuali è un assunto fortemente criticato da diversi autori che ne hanno evidenziato una serie di limiti nei fondamenti teorici nonché l’anticostituzionalità di una terapia che così impostata contribuisce a esasperare la stigmatizzazione subita dagli omosessuali.

Considerare l’omosessualità una condizione patologica che, con la giusta volontà e motivazione, può essere reversibile, non fa altro che aggravare la già difficile posizione di coloro che hanno acquisito una identificazione omosessuale e vivono coerentemente con essa all’interno di una società generalmente omofobica, perché ciò potrebbe essere considerato una loro scelta volontaria di insistere pervicacemente nell’errore. Tutto ciò innegabilmente tende a favorire la domanda di ”guarire” dalla loro malattia, l’omosessualità, sia da parte di genitori sgomenti sia dagli stessi omosessuali, che, vittime dell’ideologia eterosessuale dominante, vivono una omofobia interiorizzata.

Ricordandoci che a prescindere dall’indirizzo di provenienza una psicoterapia mirata sui problemi dell’omosessuale deve rafforzare l’autostima della personavalorizzare il suo essere ‘diversa‘ e, nel caso dell’adolescente, cercare di individuare se l’impressione di avere interessi sessuali per persone dello stesso sesso dipenda dalle incertezze di un processo di crescita non ancora terminato e stabilizzato, oppure se effettivamente si sta delineando un orientamento sessuale omosessuale. La terapia con le persone omosessuali deve  prescindere da vecchi stereotipi e pregiudizi psicoterapeutici che hanno da sempre trasformato il rapporto terapeutico stesso in una vera e propria persecuzione a fini riparativi

 È triste constatare come la paura e l’avversione irrazionale nei confronti dell’omosessualità e delle persone gay, lesbiche, bisessuali e transessuali (LGBT), basata sul pregiudizio abbia favorito la messa in atto di comportamenti discriminatori (offese verbali, fino a vere e proprie minacce o aggressioni fisiche), anche da parte della psyco community, che negano e rifiutano l’omosessualità come esito alternativo e naturale dello sviluppo psicosessuale umano.

Convinzioni e radicamenti socio-culturali e religiosi con cui l’ambiente psichiatrico e psicologico ha da sempre colluso astenendosi dal prendere posizioni non patologizzanti in merito. Tant’è che solo di recente, e a seguito dell’aumentata visibilità della comunità omosessuale durante l’epidemia di AIDS della fine degli anni ottanta, e la declassificazione dell’omosessualità come malattia mentale nell’ICD-10, sono prevalsi modelli di pensiero che considerano l’omosessualità come non patologica. Concezione che a tutt’oggi stenta a diffondersi e ad instillarsi nel senso comune di tutti noi. D’altronde le credenze negative nei confronti dell’omosessualità sono talmente radicate che oggi giorno si ravvisa ancora la necessità di campagne di sensibilizzazione contro il fuorviante senso comune che l’omosessualità è una situazione anormale, non conforme alla propria appartenenza di genere e non equivalente alla norma eterosessuale.

Tutto ciò, nonostante sia indubbio che un “trattamento” che abbia come unico scopo il cambiare l’orientamento sessuale da omosessuale ad eterosessuale deve essere considerato una negligenza etica, e non avere nessuno spazio né nel sistema sanitario né in quello legislativo.

Purtroppo, siamo ancora lontani da quei Paesi la cui legislazione è fortemente favorevole ai diritti LGBT, tanto da sancire, come accade in Norvegia, che l’omosessualità non è né un disordine né una malattia, e perciò non può essere sottoposta a nessun trattamento, o come accade in California, dal firmare una legge che rende le “terapie riparative” illegali per i minorenni.

 Dr.ssa Anna Carderi

 

 

Nov 25

I nuovi comportamenti sessuali

nuovi comportamenti sessualiGli incontri di gruppo, lo scambio di coniugi, certi comportamenti omosessuali messi in atto solo per il gusto di provare, indossare abbigliamenti inusuali, il travestitismo  e tutti quei nuovi comportamenti sessuali di cui si sente parlare come ad esempio la sindrome di Amsterdam, spesso rappresentano un modo di sperimentare una riscoperta possibilità di esprimersi sessualmente.

Accanto a queste forme di erotismo si nota il diffondersi di una varietà di nuovi comportamenti sessuali non sempre funzionali al benessere individuale e di coppia.

Ci sono casi in cui il sesso da pratica sana ed esplorativa, può assume le forme disfunzionali di un bisogno incontrollato fino ad assumere le caratteristiche di una vera e propria dipendenza. La persona non riesce a controllarsi dal dover mettere in atto un comportamento che in realtà non è né soddisfacente né piacevole.

Alcuni comportamenti sessuali come il masturbarsi ripetutamente, la ricerca compulsiva del piacere reale o virtuale che passano da attività meramente passive (consumo di materiale pornografico) a scambi interattivi e sincronici di contenuti sessuali, alle chat-room di tipo sessuale etc., denotano il dilagare di fenomeni di dipendenza che invece che promuovere la scoperta e la libertà sessuale la limitano comportando ripercussioni sulla sessualità anche gravi.

Il bisogno sessuale diventa sempre più accerchiante e il soggetto organizza la propria vita anche in termini economici, lavorativi e affettivi intorno alla soddisfazione della compulsione sessuale. L’individuo percepisce la propria sessualità centrale rispetto alla sua vita ed agisce in risposta ad un irrefrenabile impulso sessuale, indipendentemente dagli effetti negativi che il suo comportamento può arrecare a sé ed agli altri, poiché la soddisfazione del bisogno che genera l’impulso gli procura piacere ed, al contempo,  ricava forte disagio, ansia e malessere dalla sua mancata soddisfazione (Avenia, 2003).

Inoltre, la Porno dipendenza e i nuovi comportamenti sessuali che è possibile sperimentare online ha portato ad un aumento delle disfunzioni sessuali (disfunzione erettile, turbe del desiderio, eiaculazione ritardata, anoressia sessuale) e alla masturbazione compulsiva.

Sul versante opposto troviamo uomini e donne che non hanno mai avuto rapporti sessuali completi, perché poco interessati alla sessualità e spesso portatori loro stessi di una difficoltà sessuale. Di più, come in un incastro magico, ad esempio, al vaginismo (spasmo involontario ricorrente o persistente del terzo esterno della vagina, che interferisce con il rapporto sessuale) o all’avversione sessuale (evitamento di quasi tutte le attività sessuali genitali) di lei può associarsi l’inibizione, l’ansia sessuale o la disfunzione sessuale di lui. E’ il matrimonio bianco.

È opportuno fare un appello ai medici, i quali dovrebbero adeguarsi a tutti questi cambiamenti in atto e rivedere, conseguentemente, le proprie griglie di riferimento; il rischio che si corre è quello di decontestualizzare la persona e non vedere in questi nuovi fenomeni l’origine di alcune patologie sessuali o di patologizzare  ciò che invece è figlio del suo tempo.  Inoltre, è doveroso contrapporre l’informazione scientifica al tam tam di internet che alimenta a fronte di tutta una serie di informazioni su “cosa sia” e istruzioni d’uso su “come fare”  i miti e le speculazioni intorno al fenomeno sessualità creando la domanda e la patologia stessa.

dr.ssa Anna Carderi

Ott 25

Bambini e animali … amici sì, ma con giudizio!

Avere un animale per “amico” è di innegabile aiuto per lo sviluppo dei nostri figli.

bambini e animaliDal punto di vista pedagogico, infatti, prendersi cura dei nostri amici pelosi e giocare con loro rappresenta un momento fondamentale in cui il bambino scopre un universo di emozioni e sentimenti, impara a relazionarsi con l’altro e a rispettarlo, favorendo così il suo sviluppo sensoriale, emotivo, cognitivo e comunicativo.

Il gioco con l’animale è uno strumento terapeutico (Pet-therapy) utile per superare forme di timidezza, aggressività e iper-attività.

Inoltre, accudire un cucciolo permette di sviluppare un forte senso di responsabilità anche nel bambino di pochi anni e gli consente di affrontare in modo naturale i grandi temi della vita: la nascita, l’accoppiamento, la sofferenza e la morte.

Tuttavia, come in qualunque tipo di relazione, per farla funzionare bene, ci sono delle accortezze da tenere sempre presenti.

Il legame che s’instaura tra un bambino e il proprio amico a quattro zampe è molto forte e importante, ma è una relazione da costruire insieme ai genitori.

Dobbiamo noi per primi renderci conto che il nostro fedele amico e compagno, pur facendo parte della famiglia, è pur sempre un animale e come tale manifesta tutta una serie di comportamenti specie specifici istintuali come ad esempio l’organizzazione sociale, il comportamento predatorio e la difesa del territorio che se non considerati possono farci incorrere in errori nella gestione del rapporto cane-bambino che troppo spesso finiscono tragicamente in prima pagina.

Ricordiamoci sempre che comportamenti aggressivi pericolosi possono essere prevenuti da una parte monitorando il comportamento dell’animale, in modo da riconoscere eventuali campanelli di allarme che li precedono, dall’altra insegnando ai nostri bambini come instaurare un rapporto sano ed equilibrato con il loro fedele amico.

Vediamo come!!!

Innanzi tutto, ai nostri figli va spiegato che il cane, il gatto o … l’elefante … non è né un regalo né un giocattolo, ma un essere vivente che prova gioia alla presenza del padrone o nel giocare con altri cani, dolore per la separazione o la perdita di chi lo ha accudito con amore, paura se spaventato.

Per instaurare un buon rapporto tra animali e bambini è importante rendere consapevoli i cuccioli umani di quali comportamenti potrebbero essere malintesi e avvertiti come minaccia dai nostri amici.                                           Insegnare al bambino a non correre e strillare in loro presenza, spiegandogli che così stimolerebbe nell’animale l’autodifesa e l’istinto predatorio; palesare che abbracciare il cane o sovrastarlo con il proprio corpo, fargli i dispetti, tirargli la coda, disturbarlo mentre mangia o dorme, ecc., sono tutti atteggiamenti che possono infastidirlo e che, il pelo ritto, il ringhio o il soffiare, il porre le orecchie indietro è il suo modo per dire che vuole essere lasciato in pace e che quindi va rispettato, costituiscono l’Abc di una sana convivenza.

Tutto ciò ci rimanda all’importanza di una buona socializzazione di qualsiasi animale nei rapporti con i bambini e di una buona educazione di quest’ultimi, che devono imparare a rapportarsi in maniera corretta con gli animali.

Quindi, prima di regalare un cucciolo al nostro bimbo dobbiamo tener conto dell’impegno effettivo che esso comporta. Avere un animale domestico deve essere una scelta consapevole perché come ogni altro tipo di relazione, va coltivata con pazienza, impegno e attenzione.

 Dr.ssa Anna Carderi

Ott 02

Mangiare insieme a scuola.

Mangiare insieme, nutrendo e nutrendosi è un atto che consente di instaurare una relazione interpersonale profonda fatta di cura e fiducia, essenziale per lo sviluppo psichico del bambino, per la costruzione della sua soggettività e del senso del sé.

mangiare insieme a scuolaIn questo percorso evolutivo un ruolo importante lo svolgiamo noi genitori.

Siamo noi, in quanto primi responsabili dell’alimentazione dei nostri figli, a condizionarne sia lo stile alimentare sia il rapporto che avrà con il cibo. Spesso le nostre ansie alimentari, unite a convinzioni errate, neofobie alimentari varie, a ritmi frenetici, stress e all’eccessiva disponibilità di cibo, come pure all’inibizione emotiva, condizionano il modo di nutrire i nostri figli e il loro modo di nutrirsi facilitando l’instaurarsi di cattive abitudini alimentari. Tutto ciò inevitabilmente si riversa sul loro modo di mangiare e in questa cornice, il bambino impara che il cibo può essere una valvola di sfogo, un rifugio analgesico contro le sofferenze vissute o contro situazioni di disagio o di conflitto e diventare così una sostanza da cui dipendere psicologicamente.

In questi casi la scuola deve diventare l’ago della bilancia regolatrice e assumere il suo ruolo educativo e formativo. In tal senso la refezione scolastica costituisce un’occasione importante per favorire la strutturazione di corrette abitudini alimentari modificando quelle errate acquisite in famiglia. La refezione, attraverso il mangiare insieme consente al bambino di aprirsi a nuove esperienze sia a livello sensoriale, scoprendo nuovi sapori, colori, combinazioni e consistenze, sia a livello interpersonale, condividendo legami, regole comportamentali, ritmi e spazi.

Cosa fare se nostro figlio non vuole mangiare a scuola?

Senza cadere in allarmismi vari, facendogli opportune domande, il più delle volte, scopriremo che ciò è conseguente all’ansia per il cambiamento che il passaggio dal contesto familiare a quello scolastico comporta a livello relazionale, alimentare e di regole e alla frustrazione data dalla difficoltà di adattamento ad esso. La refezione offre, infatti, ai bambini che manifestano a casa un rapporto problematico con il cibo, un limite (stare seduti a tavola, mangiare tutto quello che è nel piatto, non chiedere il bis, non fare capricci ecc.) che troppo spesso non trovano in famiglia e che quindi hanno difficoltà ad accettare.

In virtù di ciò, non cediamo alle loro insistenze e ai loro capricci!

Piuttosto accompagnamoli in questo percorso di crescita e manteniamo una consapevole presa di posizione. Non cediamo allo strappo alla regola assecondando la loro golosità e invece che accompagnarli in gelateria o in pizzeria, portiamoli al parco, lasciamoli correre e giocare.

Controlliamo e facilitiamo la loro coerenza alimentare.

Facciamo nostre le buone regole alimentari imparate a scuola. Far seguire le regole sulla gestione alimentare anche a casa previene dal rischio insito negli eccessi alimentari come il sovrappeso, l’obesità, il sottopeso o l’anoressia.

 Dr.ssa Anna Carderi

Set 29

La coppia moderna

In un panorama storico-culturale dove tutti parlano di coppia in crisi, pare anacronistico credere ancora nella coppia e occuparcene.

la coppia modernaIn realtà, quello della coppia è un archetipo presente in tutti noi!!!

È infatti nella dimensione del rapporto di coppia che l’individuo trova l’appagamento ai bisogni biologici, sociali e psicologici.

Ciò che in realtà è in crisi oggi  è l’entità della coppia tradizionale cioè che si fonda su regole istituzionali, religiose o di clan e che attraverso i contenitori sociali, culturali e religiosi acquisiva stabilità e durata nel tempo. È nato un nuovo paradigma di coppia:

la coppia fondata sui sentimenti, tenuta insieme più dalla ricerca della qualità della relazione che da altri bisogni.

È una coppia immaginata e desiderata come luogo di scambio di aiuto e di piacere, come fonte di creatività e crescita personale.

Una coppia che nasce per libera scelta di due individui, con un suo ciclo vitale di nascita, sviluppo e fine, con una vita autonoma anche senza figli (basti pensare alle coppie omosessuali, transessuali, transgender, perverse…) e posta al di fuori e oltre le convenzioni sociali (coppie eterosessuali con figli che si separano anche dopo tanti anni di matrimonio per una nuova scelta di tipo omosessuale di uno dei due…).

Considerando il quadro prospettato, da cui emerge l’impegno reciproco di uomini e donne per creare una coppia fondata sulla qualità della relazione, sulla capacità di amare e di tenere unite tenerezza e sensualità, sentimento e passione, dovremmo avere di fronte a noi un panorama relazionale idilliaco con coppie stabili, durature e felici.

In realtà quando l’amore diventa l’unico parametro che dà senso, l’unico luogo per individuarsi ed esercitare la propria libertà, non c’è più niente che difende la coppia da quell’instabilità e da quella mutevolezza che possono caratterizzare il sentimento personale e quindi la coppia scoppia.

Perché accade tutto ciò?

La questione è complessa e varie sono ne sono le cause.

In primo luogo la crisi dell’identità arcaica del matrimonio.

Questo vivere secondo il principio di un  reciproco benessere affettivo, sessuale e materiale dei coniugi by passando che il principio dell’amore va integrato con dati di realtà, con valori religiosi o sociali che vanno oltre le singole individualità.  Conseguentemente la mancanza di contenitori esterni ha reso la coppia più vitale e più autentica, ma anche più fragile e meno stabile nel tempo. Nelle fasi iniziali di una relazione le persone tendono a fare bella figura, a mostrare la parte “migliore” e più accettabile di sé. Tuttavia, presto o tardi anche altri aspetti della personalità emergeranno come i sui limiti e difetti.

È qui che nascono le prime incomprensioni, le prime delusioni, i primi conflitti che poi, se manca una reciproca capacità di comunicare (e quasi sempre manca) inevitabilmente vanno ad accentuarsi fino a portare alla crisi.

In secondo luogo, l’analfabetismo emotivo-relazionale dei partner inteso come incapacità di decifrare i propri sentimenti e le proprie emozioni. L’incapacità a relazionarsi con le emozioni altrui, non riconosciute e non rispettate, e con i comportamenti che da esse scaturiscono.

L’incapacità di leggere nel proprio animo, provoca solo un impulso all’azione, spesso svincolato dal proprio vissuto interiore. Le cause spesso risiedono nella  latitanza della società  e nei media che non educano i giovani fin dall’infanzia a riconoscere i propri stati d’animo e il proprio “sentire”.

Infine, il fatto che gli uomini e le donne stanno sperimentando diverse forme di erotismo:

  • Quello di stampo femminile legato all’amore
  • Quello tradizionale maschile fatto di incontri sessuali senza domani
  • Quello del sesso virtuale

Poiché in amore costruzione e distruzione avvengono insieme, esaltazione e desolazione camminano affiancate, realizzazione e perdita di sé hanno intimi confini”  per salvaguardare la coppia i suoi membri devono comprendere  che  il principio dell’amore va integrato con dati di realtà, con valori religiosi o sociali che vanno oltre le singole individualità e devono imparare a comunicare le reciproche esigenze in maniera chiara. In modo particolare, nei momenti di crisi, imparare a dialogare senza distruggersi significa aumentare le possibilità di far durare il rapporto.

 Dr.ssa Anna Carderi

Set 23

Problemi non sessuali che possono causare disturbi sessuali

I disturbi sessuali possono avere svariate eziologie non sempre di natura sessuale.

problemi sessualiVediamole insieme.

Prima fra tutte annoveriamo la depressione. Essa può comportare un calo del desiderio sessuale e alcuni farmaci antidepressivi possono causare un calo del desiderio o la difficoltà o l’impossibilità nel raggiungere l’orgasmo.

La presenza di un rapporto non sereno e di non accettazione nei confronti del proprio corpo può comportare Disturbi Sessuali, come nel caso dei Disturbi Alimentari.

Lo stress può generare problemi a livello del desiderio, della capacità di abbandono, della capacità di provare l’orgasmo, anche con possibile dolore.

La presenza di elevati livelli di ansia può inibire la presenza del desiderio sessuale e creare difficoltà ad abbandonarsi.

Problemi di coppia, specialmente se caratterizzati da tensione, astio, aggressività espressa in modo diretto o indiretto, possono incidere nell’intimità della coppia stessa, e quindi anche a livello della vita sessuale.

Problemi ginecologici: infezioni, irritazioni ed altri disturbi ginecologici possono creare dolore durante il coito; il dolore, a sua volta, può portare all’irrigidimento muscolare e con ciò all’incremento del dolore stesso. Il dolore così accresciuto, infine, può portare all’inibizione del desiderio sessuale, allo scopo di non sottoporsi ad ulteriore dolore.

Problemi medici. Molte patologie mediche (tumori, carcinoidi intestinali metastatici, alcune malattie endocrine, insufficienza renale cronica, cirrosi epatica ed epatiche, diabete, sclerosi a placche, lesioni del midollo spinale, traumi cerebrali, morbo di Parkinson, morbo di Alzheimer, malattie debilitanti o causa di dolore cronico) possono generare disturbi sessuali a differenti livelli, innanzitutto sul versante del desiderio sessuale.

Alcool, stupefacenti e farmaci (antipertensivi, antidepressivi, antipsicotici, ansiolitici, antinfiammatori steroidei).

Dr.ssa Anna Carderi

Set 23

Il comportamento sessuale nell’adolescente.

Nell’uomo esistono due fondamentali e distintivi vissuti relativi al corpo: la percezione e l’immagine corporea.

sessualità e adolescenzaLa percezione corporea è la percezione del nostro corpo vivente e finito (vale a dire con dei confini ben precisi) vissuto come integro e vitale. Questa percezione corporea, positiva o negativa che sia, accompagna l’uomo durante il corso della sua vita. La percezione corporea è un vissuto che ha una genesi precoce e ben precisa, a differenza dell’immagine corporea che invece si forma più tardi (epoca preadolescenziale) e che si costruisce sulla base delle esperienze percettive dei corpi altrui vissuti dal soggetto nei diversi rapporti oggettuali (Lalli et al., 1993).

L’immagine corporea è una rappresentazione mentale che ogni individuo ha del proprio corpo, della conformazione fisica, etc.

L’individuo che giunge alla pubertà ha già un senso integrato del proprio corpo, un senso di padronanza, di controllo di esso, atteggiamenti positivi o negativi nei suoi riguardi.

La situazione cambia drasticamente nella pubertà, quando i profondi e repentini cambiamenti somatici implicano per l’adolescente la ricostruzione di un’immagine coerente e integrata del proprio corpo. In questa fase evolutiva l’indice più importante riguardo alla percezione di sé è rappresentato dai fenomeni relativi alla comparsa dei caratteri sessuali secondari, ovvero, i caratteri distintivi del sesso in età matura.

Nello specifico, nella ragazza si manifesta l’arrotondamento dei contorni corporei, a cui concorrono sia l’ampliamento dello scheletro del bacino sia l’accumulo di adipe in determinate regioni quali mammelle, fianchi, cosce, natiche; l’utero aumenta di volume e assume le proporzioni dell’età adulta; le ovaie pure aumentano di volume e subiscono profonde modificazioni morfologiche in rapporto con le fasi evolutive dei follicoli oofori.

Nel ragazzo si ha un accrescimento di volume degli organi sessuali secondari e delle gonadi, compaiono barba e baffi; ciò, unito alle profonde modificazioni psicofisiologiche (maturazione dell’apparato genitale, comparsa della capacità riproduttiva), influenza le aree comportamentali e psicologiche di entrambi.

Generalmente, è in questa fase del ciclo vitale che la sessualità diviene per il giovane un’incognita, alimentata dalle reticenze e dai tabù sull’omosessualità, sulla verginità, sulla masturbazione, che concorre a fornire una lettura distorta di quel che avviene dentro di loro. Così ogni sensazione, emozione fisiologica diviene fonte di angoscia rinforzata dal silenzio su tali problemi imposto dagli adulti o da un’educazione sessuale ridotta ad un fattore meccanico-biologico; perciò, ragazzi e ragazze sanno tutto sull’ovulo e lo spermatozoo ma hanno informazioni distorte sulle loro emozioni (Cancrini et al., 1999).

L’esigenza dell’adolescente non è quella di avere informazioni scientifiche, quanto quella di vivere l’aspetto affettivo relazionale della sessualità. Quindi, per quanto utili possano essere le notizie sui processi riproduttivi non costituiscono una base adeguata per un pieno sviluppo sessuale, poiché hanno una portata troppo ristretta; parlare della riproduzione, tralasciando la sessualità, l’erotismo, l’amore e tutte quelle emozioni e quelle sensazioni che ruotano intorno ad essi, non aiuta il preadolescente a capire che cos’è il sesso (Money, 1980).

Dr.ssa Anna Carderi

Set 09

Helplessness e l’inibizione del comportamento dei senza speranza

Un evento critico è un evento capace di sfidare e scorare i modelli più basilari che reggono il nostro funzionamento        psicologico.                                                  

helplessness

Quando nella persona falliscono tutte le strategie comportamentali volte a ridurre o evitare il dolore e il pericolo, si delinea l’esperienza di impotenza ed il conseguente impoverimento della condotta che genera uno stato senza speranza.

Spesso, un evento traumatico può rappresentare un problema così complesso da inibire nell’individuo la ricerca di tutte le strategie attivanti una soluzione protettiva.

La persona in uno stato di “senza speranza” ha la convinzione che non c’è risoluzione all’attuale situazione di dolore e pericolo che sta vivendo, per cui nulla cambierà mai.

Tale stato di impotenza impedisce alla persona sia di implementare risorse atte alla risoluzione del problema sia di attuare cambiamenti efficaci in positivo.

I pensieri e gli sforzi rivolti al mondo esterno sono sospesi, e alla fase di risposta ansiosa iniziale subentra uno stato di globale inibizione comportamentale (helplessness) e disinvestimento.

Inoltre, la vittima può vivere in una condizione di temporalità bloccata, in cui la percezione del tempo si arresta, si irrigidisce, limitando tutti i vissuti alla penosa e frustrante situazione del presente.                                                       Ciò tende a rinforzare il calo e la perdita di autostima e l’autosvalorizzazione.

I sintomi possono  comprendere difficoltà di concentrazione, pensieri di morte ed estremo abbandono e disperazione, depressione.

Questo corollario sintomatologico concorre ad amplificare la percezione che l’evento critico sia insormontabile, per cui la vittima non solo si percepisce impotente ma anche nell’impossibilità di poter ricevere aiuto (“helplessness”).

 La persona in questi casi può beneficiare di un intervento psicologico volto sia alla ristrutturazione del nostro modo di vedere il mondo sia alla costruzione di nuove percezioni che aprono la possibilità di un nuovo progetto di vita.

 dr.ssa Anna Carderi

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