Modificazioni sessuali estreme.

modificazioni sessuali estremeAvete mai sentito parlare di modificazioni sessuali estreme?

Per quanto abbiate un’immaginazione fervida è difficile capire di cosa si tratta se ancora non vi siete imbattuti in questo alquanto variegato fenomeno delle modificazioni sessuali estreme.

Un ambito in cui il tatuaggio genitale o il pearling sono cose da principianti.

Per modificazioni sessuali estreme intendo interventi di rimodellamento dei genitali che possono assumere le forme di vere e proprie mutilazioni volontarie come la sub incisione o bisezione del pene (meatotomia)o del clitoride o persino alla sua asportazione (nullificazione), la rimozione dei capezzoli, la labioplastica e l’imenoplastica.

Vediamole nel dettaglio …

La sub incisione consiste in un’incisione profonda della parte inferiore del pene che apre, parzialmente o del tutto, il canale uretrale. Un’incisione che spesso vede il suo prolungarsi a più riprese nel tempo fino a collegare il glande alla radice dello scroto.

Nella meatomia invece è la parte inferiore del glande del pene viene suddivisa in due parti.

Nelle donne la modificazione dei genitali converge verso la labioplastica o l’imenoplastica.

La prima comporta il rimodellamento delle piccole e grandi labbra derivata dalla rimozione di una porzione della pelle delle stesse.

L’imenoplastica consiste nella ricostruzione della membrana all’ingresso della vagina, appunto dell’imene, che si lacera di consuetudine durante il primo rapporto sessuale. Chi si sottopone all’intervento lo fa per recuperare, a livello anatomico, la verginità.

Qual è il movente che spinge queste persone a sottoporsi a pratiche così dolorose tanto da correre il rischio di compromettere anche in modo irreversibile la propria funzione sessuale?

La persona sente un bisogno pressante di intervenire “chirurgicamente” sulla parte non solo per il sollievo che l’atto del tagliare e il dolore che ne deriva genera ma anche per esprimere se stesso “abbellendo” e rendendo unico il proprio corpo.

Una vera e propria costruzione di sé tanto che l’incisione o la mutilazione non è dettata da un impulso ma è una procedura pianificata e attuata nel tempo. Per rimodellare i propri genitali in modo da farli combaciare alle proprie aspettative e ai proprio desideri apportando le dovute modifiche la persona tende al “fai da te” avvalendosi di strumenti casalinghi come forbici o coltelli ben affilati e quindi è spesso costretta per evitare eccessivi sanguinamenti e future infezioni ad intervenire a più riprese.

Un “fai da te” che consente alla persona di avere un rapporto intimo con il proprio corpo tanto più che spesso, pur essendo tali procedure molto dolorose, non si usa anestetico locale.

Dietro questi atti tanto ossessivi quanto estremi di modificare il proprio corpo spesso si nasconde un controllo compulsivo dell’aspetto fisico unito ad una distorta percezione corporea, fino ad arrivare ad una vera e propria disapprovazione del proprio corpo (dismorfofobia).

Inoltre, la motivazione che spinge alla modificazione sessuale estrema come per le automutilazioni può derivare da una struttura interna di tipo delirante se non psicotica.

dr.ssa Anna Carderi

La terapia sessuale e il trattamento delle disfunzioni sessuali

terapia sessualePiù di qualunque altra disfunzione quella sessuale è un disagio che influenza in vario modo la vita della persona agendo negativamente sulla sfera relazionale e sociale finanche a provocare depressione, ansia e perdita dell’autostima e dell’identità personale.

Troppo spesso chi ha un problema sessuale cerca una soluzione facile e veloce come quella farmacologica senza pensare che non esiste farmaco in grado di curare le sottostanti difficoltà di coppia o dell’altro partner o eventuali fattori che sono all’origine o che concorrono a mantenere il disturbo come ansia da prestazione, sensi di colpa, anticipazione del fallimento, miti sessuali.

Nonostante i successi della farmacoterapia non va dimenticato che la cura della disfunzione passa attraverso il riacquistare un certo controllo sulla propria funzione sessuale senza dover necessariamente dipendere da sostanze o materiali esogeni ma semplicemente ricorrendo alla terapia sessuale.

Ma come e su cosa interviene la terapia sessuale?

L’utilità della terapia sessuale subentra ogni qualvolta che le difficoltà sessuali possono essere attribuite alla presenza di ansia dovuta alle preoccupazioni circa le proprie prestazioni sessuali e al timore dell’insuccesso come anche al desiderio di fare bella figura, alla preoccupazione per le dimensioni del proprio pene, ad atteggiamenti negativi verso il sesso e il piacere e alla paura dell’intimità o di perdere il controllo, aggressività e ostilità verso la partner o mancanza di coinvolgimento, stress in generale e pregiudizi.

L’obiettivo principale della terapia sessuale consiste nella rimozione di queste problematiche che ostacolano una soddisfacente espressione sessuale.

La terapia sessuale, è una terapia che si focalizza principalmente sul sintomo.

Il trattamento delle disfunzioni sessuali si snoda su un continuum di tipo comportamentale e relazionale che prevede il ricorso a prescrizioni tecniche e strategie terapeutiche.                                                                                         Esso consiste nella prescrizione di esperienze che il paziente deve svolgere al di fuori della seduta; questi “compiti” hanno come scopo quello di fargli raggiungere obiettivi concreti  che gli rimandino la possibilità di un cambiamento positivo e del ristabilirsi di un buon funzionamento sessuale.

Esempi di tecniche mansionali sono la focalizzazione sensoriale e la tecnica della decompressione.

Nella focalizzazione sensoriale i partner sono sollecitati ad intraprendere una graduale interazione reciproca, accarezzando a turno il corpo nudo dell’altro, ad esclusione dei genitali. Successivamente, quando questo tipo di contatto fisico non è più associato a sentimenti di ansia, viene inclusa anche la zona genitale.

Nel caso di una disfunzione erettile utile è la tecnica della “compressione”, attraverso la quale la donna impara a comprimere il pene dell’uomo nel momento culminante dell’erezione affinché questa decadi; poi ricomincia la stimolazione fino ad ottenere un’ulteriore erezione.

Fare esperienza di sé attraverso le mansioni pone l’individuo e la coppia di fronte a celati sentimenti di insicurezza, colpa, ansia, difese a cui si deve la sintomatologia e che sono all’origine delle resistenze in modo da raggiungere un maggior grado di consapevolezza.

Oltre al corollario mansionale, la terapia sessuale si incentra pure su una psicoterapia atta ad aiutare i pazienti a superare eventuali blocchi psicologici.

Il connubio tra tecniche mansionali e psicoterapia proprio della terapia sessuale integrata consente di modificare le cause immediate – ansia da prestazione, inadeguata consapevolezza delle proprie sensazioni sessuali, l’autosservazione ossessiva, immagini mentali negative – e profonde – conflitti latenti nella coppia, senso di colpa, ansie e resistenze, transfert verso il coniuge di aspetti negativi di se – dei sintomi sessuali promuovendo così l’efficacia del trattamento e quindi la risoluzione di alcuni disturbi sessuali.

dr.ssa Anna Carderi

Tratto  da Carderi A., Petruccelli F., Verrastro V. Terapia sessuale in ipnosi. Alpes Italia ed., 2013.

Psicoterapia come spazio di ricostruzione.

psicoterapiaLa psicoterapia non è una scelta facile!

Iniziare un percorso di psicoterapia richiede l’assunzione di una responsabilità … quella di se stessi!

Un percorso che inizia da prima dell’appuntamento.

Inizia da quando ravvisiamo la necessità di uno spazio e un tempo per noi stessi.

Inizia dall’idea di aver bisogno di aiuto, perché da soli non ce la facciamo.

Spesso però quando chiediamo aiuto allo psicologo ci aspettiamo qualcosa di magico, che sani tutti i nostri dolori e ci faccia ritrovare in un baleno la serenità.

Ma la psicoterapia è un processo più lento, un lavoro che si compie attraverso piccoli passi … e lo psicologo è solo uno strumento che non può risparmiarci l’inferno in cui riversiamo ma che può solo tenerci la mano, guidarci e sostenerci mentre lo attraversiamo.

Un percorso che procede a piccoli passi che poi improvvisamente diventano quelli di un gigante.

Nell’attraversare il dolore impari ad addomesticarlo. Respiri meglio … e allora tutto cambia.

Un passaggio che ci offre la possibilità di tornare a noi stessi, per poi aprirsi ad un nuovo capitolo della propria vita e ripartire.

Diciamolo pure non tutti abbiamo voglia di farlo.

Anzi per molte persone vige la regola del non cambiare mai!

Cambiare. Che assurdità!

Incontrarsi, ritrovarsi e ricostruirsi questa è psicoterapia.

dr.ssa Anna Carderi

Calo del desiderio sessuale maschile: Il DDSIM.

Calo del desiderio sessuale maschileNon vi può essere sessualità senza desiderio.

È infatti l’insorgere del desiderio che, licitando nell’uomo l’erezione e nella donna la lubrificazione e la tumescenza, predispone entrambi all’attività sessuale.

Il desiderio è sollecitato od ostacolato dall’alta percentuale di raggiungere o meno il piacere o l’idea che se ne ha.

In definitiva, una memoria “sessuale” positiva ancorata alla soddisfazione di un bisogno è il maggior incentivo al desiderio sessuale e all’attività sessuale stessa.

A dispetto di quanto si pensi, questo disturbo è più frequente nell’uomo, che nella donna.

I fattori che più frequentemente si associano e/o possono causare un calo del desiderio negli uomini – tecnicamente si parla di Disturbo da Desiderio Sessuale Ipoattivo Maschile (DDSIM) – possono essere di ordine individuali, relazionali, intrapsichici, e organici.

Convinzioni religiose, disturbi dell’identità di genere o di scelta dell’oggetto sessuale, fobie sessuali, timore di perdere il controllo, paura della gravidanza, sindrome del vedovo, preoccupazione per l’invecchiamento, stress e affaticamento sono tutti fattori individuali capaci di influenzare il decorso della patologia, interferire con i trattamenti o esacerbare i sintomi della condizione patologica da DDSIM.

I fattori relazionali dovuti alla presenza di disturbi sessuali (HSDD, anorgasmia etc.) o scarse abilità sessuali del partner, soluzioni passivo aggressive degli squilibri di potere, possono agire riducendo la convinzione di efficacia sessuale e di autostima del maschio, favorendo la comparsa del disturbo.

Tra i fattori intrapsichici, la presenza di frequenti litigi all’interno della coppia e tensioni familiari associati a sentimenti d’ostilità, di risentimento o rabbia possono contribuire alla riduzione della libido nel maschio.

Altra fonte di DDSIM è rintracciabile in problemi legati all’attività lavorativa (impegni pressanti o scarsa gratificazione con relativa astenia psichica o frustrazione).

Nell’indagine eziologica oltre che dei problemi relazionali e intrapsichici va tenuto conto di un milieu di fattori organici che possono inficiare l’espressione del desiderio sessuale come le patologie endocrine (Carani et al., 2005) e croniche sistemiche (Meuleman et al., 2005).

Inoltre, diverse categorie di farmaci sono state associate alla presenza di un DDSIM. Tra questi, gli antidepressivi serotoninergici, e in particolare gli inibitori del riassorbimento della serotonina (SSRI).

È utile ricordare che il DDSIM può essere dovuto ad un corollario di altre disfunzioni sessuali, quale ad esempio la disfunzione erettile (DE) e i problemi eiaculatori (Meuleman et al., 2005).

L’inibizione del desiderio è fonte di grande sofferenza per la coppia e può essere motivo di grave patologia relazionale.

dr.ssa Anna Carderi

Mastectomia e sessualità

mastectomia e sessualitàIl tumore al seno  aggredendo quella parte del corpo che rappresenta e parla della propria femminilità e intimità in tutte le sue accezioni (materna, erotica, simbolica) altera la percezione che si ha di sé e impatta come uno tsunami sulla sessualità devastandola, riducendola ai minimi termini.

Confrontarsi con il tumore e con gli interventi terapeutici  (chirurgia e ricostruzione, chemioterapia, ormonoterapia) e ai cambiamenti fisici e psichici ad esso associati come la perdita dei capelli causata dalla chemioterapia, l’aumento o la perdita di peso, lo scarso benessere mentale (ansia, depressione), la bassa autostima e la sensazione di una difficoltà di comprensione con il partner ha forti ripercussioni sull’immagine corporea, sulla salute mentale e sulla qualità della vita sessuale.

Questa distorta percezione dell’immagine corporea unitamente ai trattamenti possono compromettere drammaticamente la sessualità della donna e della coppia, da un punto di vista sia biologico sia psicosessuale. Problemi sul piano del desiderio, dell’eccitazione, della capacità orgasmica e della soddisfazione ad essa correlata,  dispareunia, secchezza vaginale, tensione muscolare, sono all’ordine del giorno nelle donne mastectomizzate.

Una mastectomia totale, ad esempio, oltre a generare un sentimento di crisi dell’identità, un senso di perdita irreparabile e di rabbia, spesso comporta una sensibile diminuzione del piacere alla stimolazione al seno che unita alla vergogna di mostrare le cicatrici al proprio partner porta durante il rapporto ad evitare qualsiasi stimolazione di quella zona, riducendo la componente ricettiva del desiderio sessuale.

Se a questo corollario aggiungiamo anche le ripercussioni della menopausa iatrogena da chemioterapici o una menopausa naturale non trattabile con la terapia ormonale sostitutiva va da se come tutto ciò possa devastare il senso di femminilità e di erotismo della donna.

L’influenza negativa di tutti questi fattori organici, emotivi e psicologici sulla risposta sessuale può essere ulteriormente condizionata se il partner non riesce a rapportarsi in modo corretto alla malattia.

Nascono le prime incomprensioni che via via minano il rapporto di coppia. La coppia perde così la propria intimità sia affettiva sia sessuale, entrambi i partner si chiudono sempre di più  nelle loro paure e insicurezze.

Il sentirsi poco desiderabile, la paura di essere rifiutato o non accettato dal proprio partner per un corpo che porta i segni evidenti di un intervento, la paura di poter procurare dolore al partner o di richiedergli delle prestazioni a cui non è interessato creano sempre più distanza.

Altre volte le ritrosie determinate da un impedimento fisico come la dispareunia o l’atrofia vulvovaginale possono essere facilmente scambiate per scarso interesse, rifiuto e insensibilità andando a minare il rapporto più stabile. Tutto ciò rende difficile gestire il rapporto affettivo e sessuale con il partner che spesso, inconsapevole della reale serietà del problema, pensa che la compagna “esageri” o che non voglia avere rapporti sessuali.

Inoltre, vivere la sessualità come dovere, come paura di perdere il rapporto, come rottura dell’armonia fisica, finisce per determinare un cattivo tono dell’umore e una serie di resistenze, evitamenti della vicinanza e anche dell’affettività. Si nutrono sentimenti difficili come la rabbia, l’aggressività verbale, le esplosioni di conflitti, contrasti che nascono dalla sensazione di non essere capiti e amati.

Seppur prevale il bisogno di unione, ci sentiamo confusi e in bilico tra la voglia di restare e quella di andare! Se manca una reciproca capacità di comunicare (e quasi sempre manca) e viene meno la negoziazione, inevitabilmente le prime incomprensioni, le prime delusioni, i primi conflitti, vanno ad accentuarsi fino a portare alla crisi.

In questi casi la terapia di coppia consente ad entrambi i partner di ristabilire una vita sessuale attiva a partire dall’affrontare gli inevitabili cambiamenti inerenti la vita sessuale stessa.

L’apporto dell’intervento psico-sessuologico è duplice.

Da una parte consente ad entrambi i membri della coppia di effettuare una scelta valoriale dell’altro basata sul godere di ciò che l’altro offre di positivo e sul valorizzare la relazione.

Dall’altra interviene anche con tecniche di rilassamento, tecniche mansionali proprie della terapia sessuologica (Esercizi di Kegel, esplorazione dei genitali, ecc) e tecniche ipnotiche in modo da andare a lavorare sui condizionamenti fisiologici del ciclo di risposta sessuale dovuti alla patologia e dalla cura antitumorale in modo da interromperne il circolo vizioso.

Dr.ssa Anna Carderi

I giovani e il mondo del lavoro (che spesso non c’è). Approcci sani da avere.

giovani e lavoroDa sempre pensati come il motore del cambiamento, i giovani d’oggi sono bloccati in una sorta di “immobilismo” lavorativo ingiunto dalle richieste di una società in crisi che da una parte inneggia al successo e alla stabilità economica ma che dall’altra offre solo instabilità.

All’interno di questo complesso quadro storico-sociale per chi è appena uscito dall’università trovare lavoro non è facile.

Dopo centinaia di curricula vitae inviati e colloqui che non portano a trovare lavoro ci lasciamo assalire da tanti i dubbi fino a pensare che non abbiamo nessuna speranza di riuscita.

Quali sono le strade per uscire da questo impasse?

Invece di lasciarsi demoralizzare dalle inevitabili difficoltà dobbiamo guardare ai curriculum, alle inserzioni sui giornali, ai colloqui e alle estenuanti file nelle agenzie di lavoro interinale come allo sforzo necessario per arrivare ad un contratto o ad una collaborazione. In fin dei conti lo stesso Pareto affermava che  l’80% dei risultati è dovuto al 20% degli sforzi che fai per ottenerli!

Il primo passo è quello di uscire dallo stereotipo della crisi ed entrare nell’ottica che cercare lavoro è un lavoro a tutti gli effetti. Una ricerca che può impegnare un numero considerevole di ore ogni giorno.

Quindi, bando alla sfiducia il consiglio, innanzitutto, è chiedersi che tipo di lavoro stiamo cercando sulla base del “ cosa voglio fare e cosa sono adatto a fare?” invece del “quale lavoro faccio?”.

Offrire la giusta combinazione di competenze è tanto essenziale quanto evitare di sottoutilizzare il talento e le proprie potenzialità. È indispensabile far emergere quelle qualità che non possono essere insegnate e che, a parità di esperienze professionali e formative, sono determinanti nell’assunzione.

Una volta compreso cosa “farò da grande” dobbiamo saperci confrontare con un mercato in continua evoluzione in cui va avanti solo colui che sa padroneggiare un ampio numero di strumenti che gli permettono di affrontare in modo creativo il mondo che lo circonda. Investiamo su di noi a cominciare dalla formazione e dai programmi di tutorato adeguati al fine di aggiornarsi sulle innovazioni del proprio campo di specializzazione, acquisire nuove competenze utili per proporsi in nuovi ruoli e aprirsi nuove opportunità di lavoro.

A tal fine, è bene creare una vera e propria rete di contatti fruttuosi con persone che potrebbero segnalarci attività e impieghi interessanti o con cui condividere interessi, esperienze lavorative, etc.  È inoltre molto importante essere presenti sul mercato del lavoro virtuale.

Sfruttiamo pure le opportunità che gli strumenti digitali come social network, app, blog, forum, video, siti web ci offrono.

Impariamo ad utilizzare questi strumenti al meglio tenendo sempre ben presente che molte aziende si avvalgono del social recruiting, ovvero selezionano i potenziali candidati tramite l’utilizzo dei social network valutandoli in prima battuta da ciò che pubblicano su Facebook.  Quindi meglio evitare post di dubbio gusto o che potrebbero urtare la sensibilità altrui e sfruttare a pieno le potenzialità del social prescelto costruendosi un profilo ad hoc.

Quali che siano i canali che sfrutteremo per trovare lavoro occorre reinventarsi, ripensarsi, senza farsi prendere dalla paura di dover chiudere per sempre in un cassetto i propri sogni e le proprie aspirazioni ed immaginarsi impegnati in qualcosa di totalmente diverso e nuovo.

Uno dei problemi che hanno i giovani come tutti i disoccupati è la difficoltà di adattare le proprie aspettative, aspirazioni e capacità all’attuale condizione del mercato del lavoro. Questo non significa che dobbiamo accontentarci accettando senza diritto di recesso un lavoro al di sotto delle proprie competenze ma semplicemente di viverlo come un’opportunità oppure come un passaggio in attesa di tempi migliori.

Quel che non si deve fare è stare a casa se c’è l’opportunità di lavorare.

È vero che il lavoro deve essere congeniale alla personalità del soggetto, ai suoi interessi e alle sue attitudini, che una buona retribuzione contribuisce indubbiamente all’apprezzamento di una professione e che il lavoro deve offrire una possibilità di sviluppi futuri, sia in termini di carriera, sia in termini di concreta e continua applicabilità della creatività individuale ma più dura tale condizione di disoccupazione e più rischiano di scadere le motivazioni e di deteriorarsi le competenze, con l’esito di restringere le possibilità per i giovani di inserirsi con successo nel mercato del lavoro.

Chi non riesce a mettere in campo strategie di adattamento, anche accettando qualche compromesso al ribasso pur di non rimanere fermo e inoperoso, rischia di scivolare nella problematica categoria dei Neet (Not (engaged) in Education, Employment or Training).

Il must è “fare esperienza”, una qualsiasi esperienza che porti ad una sperimentazione e ad un maggior conoscenza di sé in attesa di tempi migliori. Nel far ciò oltre ad adattarsi alle condizioni che il mercato offre, possiamo sempre decidere di fare esperienza all’estero.

Infine non è da sottovalutare l’aiuto di un coach del lavoro, che sicuramente può darci un sostegno pratico, anche solo per capire in che modo è meglio muoversi!

dr.ssa Anna Carderi

Atrofia vulvo-vaginale

atrofia vulvo vaginalePrurito, bruciore, irritazione, gonfiore, cistiti frequenti, scarsa lubrificazione, sanguinamento e dolore durante i rapporti sessuali sono tutti sintomi distintivi dell’atrofia vulvo-vaginale. 

Una patologia dovuta al deficit di estrogeni quindi spesso associata all’avanzare dell’età, alla menopausa ma che può manifestarsi anche nel puerperio, durante l’allattamento al seno o essere l’effetto collaterale della terapia antitumorale o dei farmaci per la cura dell’endometriosi o instaurarsi a causa di alterazioni del ph, del frequente uso di antibiotici o per fattori costituzionali ed immunologici o per la presenza di lichen.

Per effetto di questa carenza di estrogeni  la vascolarizzazione della cute vulvo-vaginale diventa sottile e anelastica e quindi molto più vulnerabile a infezioni, traumi e a ogni minimo stimolo irritativo, meccanico o chimico che sia.

La scarsa lubrificazione che ne consegue provoca dolore durante i rapporti andando a minare la funzione sessuale sul piano del desiderio, dell’eccitazione, della capacità orgasmica e della soddisfazione.

Non solo! Può devastare il senso di femminilità e di erotismo della donna e compromettere lo stesso rapporto di coppia.

I disturbi associati, portano, infatti, la donna ad evitare i rapporti sessuali incidendo pesantemente sulla vita di coppia rompendo un equilibrio sessuale costruito e consolidato negli anni.

L’avversione ai rapporti a causa del dolore unita alla sensazione di rifiuto esperita dal partner possono evolvere in una vera e propria crisi di coppia e portare alla separazione.

Il partner infatti inconsapevole della reale serietà del problema, dopo l’ennesimo rifiuto, può vivere le ritrosie della compagna come scarso interesse e può arrivare a pensare che ella “esageri” la sua condizione al fine di evitare il rapporto sessuale non per un impedimento fisico come la dispareunia o il vaginismo e le frequenti cistiti o irritazioni associate all’atrofia vulvovaginale ma semplicemente perché non voglia avere rapporti sessuali con lui.

Se siete in questa condizione la cosa migliore da fare è parlarne al ginecologo!

I sintomi non solo non sono momentanei ma se non curati tendono a cronicizzarsi.

Oggi esistono sia strumenti obiettivi che consentono di definire la presenza e il livello di severità del problema, come il Vaginal Healt Index, sia trattamenti ormonali e non efficaci e risolutivi.

Esempi ne sono la terapia estrogenica per via sistemica (compresse, cerotti) e topica (creme, ovuli, gel vaginali) in grado di ripristinare il normale ph vaginale, ispessire e rivascolarizzare l’epitelio e aumentare la lubrificazione vaginale. Ma per chi preferisce una cura non ormonale esistono in commercio anche lubrificanti a base di d-mannosio e i trattamenti di tipo non ormonale come l’acido ialuronico e il laser vaginale.

Tutto ciò insieme ad un’igiene adeguata e non aggressiva e l’applicazione di gel locali a base di estrogeni naturali fin dai primi sintomi possono tenere alla larga l’atrofia vulvo-vaginale e garantire una vita di relazione serena a qualunque età.

Inoltre, si può intervenire sulla dispareunia e sul vaginismo anche con tecniche di rilassamento, tecniche mansionali proprie della terapia sessuologica (Esercizi di Kegel, esplorazione dei genitali, ecc) e tecniche ipnotiche. 

In tutti i casi in cui l’atrofia vulvo-vaginale ha avuto ripercussioni sul rapporto di coppia l’intervento sessuologico consente ad entrambi i membri della coppia di riappropriarsi della propria intimità sia affettiva sia sessuale ad iniziare dal condividere quelle paure e insicurezze al fine di ripristinare l’equilibrio.

dr.ssa Anna Carderi 

 

Dott.ssa Anna Carderi

ArteTerapia

arteterapiaCi sono sensazioni che le parole non riescono ad esprimere, sensazioni che rimangono imprigionate dentro di noi, che ci fanno stare male … pensieri che ci bloccano … emozioni che non riusciamo ad elaborare …

Un’interiorità silente che spesso lasciamo implodere dentro di noi perché non sappiamo dargli una forma.

Durante una crisi coniugale, un cambiamento di lavoro, nei casi di leggera depressioneansia o panico può essere utile liberare le proprie energie creative attraverso un percorso in un laboratorio artistico.

Le tecniche espressive sono utili per favorire una maggiore conoscenza di sé stessi nei momenti di cambiamento che capitano nella vita.

L’ArteTerapia aiuta a riappropriarsi proprio di quella parte di sé taciuta.

Così, pennelli e colori, ma non solo, diventano gli strumenti con cui esprimere, plasmare e dare una identità precisa al nostro problema e, attraverso l’aiuto del terapeuta, finalmente raggiungere una nuova visione di tale difficoltà, un’intuizione, un insight che ci avvicini alla risoluzione.
In questo contesto i canoni di bellezza non esistono, l’obiettivo non è “fare bene”, ciò che conta è la comprensione, l’accettazione di ciò che intendiamo comunicare con la nostra opera.

In questo modo, l’ArteTerapia, con le sue tecniche e i suoi materiali, favorisce la conoscenza di sé stessi e delle proprie potenzialità e rende possibile l’integrazione di tutte le risorse di cui disponiamo per poter vivere meglio.

In questo modo, lavorando sulla parte ‘sana’ della persona, l’ArteTerapia mira a rinforzare le sue risorse, mettendola nelle condizioni di capire quelli che sono i passaggi necessari per uscire dalla situazione in cui si trova e recuperare il suo benessere.

Come funziona?

Si procede per fasi. All’inizio c’è la sperimentazione di tutti i tipi di materiali, dalle tempere che lavorano più sulla sfera emotiva di una persona, ai materiali secchi tipo matite, sfera cognitiva, al collage che ha a che fare con l’immaginario, la scultura. Una volta individuato un mezzo privilegiato viene strutturata la fase successiva di trattamento.

Non viene mai assegnato un soggetto, chi è impegnato in un percorso di ArteTerapia deve far emergere dei contenuti personali a cui dare forma al fine di trovare il proprio equilibrio psicofisico.

In questo modo l’ArteTerapia non solo agevola la guarigione ma, soprattutto, promuove il benessere migliorando la qualità della propria vita nelle persone con disturbi d’ansia e di panico, depressivi, sessuali e legati alla rielaborazione di lutti e traumi.

Per queste sue peculiarità l’ArteTerapia consente di lavorare con una vasta tipologia di clienti. Si può proporre a bambini, adolescenti e adulti, persone con handicap psichico, con disturbi emotivi e comportamentali.

dr.ssa Anna Carderi

Le parafilie sessuali

parafilie

Prima di affrontare il tema delle perversioni sessuali vi invito a riflettere sul fatto che scenari perversi possono essere presenti in ognuno di noi senza dover necessariamente sconfinare in comportamenti sessuali inadeguati o aberranti o essere categorizzati come tali.

Lo stesso Freud osservava come elementi di perversione esistono nella sessualità delle persone e persino nel bambino tanto da meritarsi l’appellativo di perverso polimorfo.

Esistono una vasta gamma di comportamenti che rientrano nella normalità ma che semplicemente si discostano dagli standard culturali dominanti di tipo sociale, familiare e religioso.

La sessuologia più recente ha dimostrato che non esiste un confine netto tra normalità e perversione e che quest’ultima va intesa come fenomeno sociale e non meramente clinico. È ormai superata la concezione freudiana secondo cui la focalizzazione della libido su zone extragenitali era da considerarsi perversa.

L’attività sessuale normale include una serie di variazioni extragenitali che sono espressione di componenti pregenitali: a rigore, anche il desiderio di baciare è connesso all’attività di una zona erogena non genitale, così come il desiderio di guardare il corpo del partner; sono comuni anche l’erotizzazione di regioni del corpo non genitali e le tendenze parziali; ma la sessualità normale integra questi bisogni e li usa, in definitiva, a favore della relazione e della specie.

Nei soggetti parafilici, invece, l’investimento genitale è rifuggito perché eccessivamente temuto.

In sostanza, non è la pratica perversa in sé a giustificare una diagnosi di parafilia: quando essa viene espressa in funzione della relazione oggettuale, in accordo col partner secondo il principio della convenienza, inteso come ciò che è gradito ad entrambi, allora non è possibile parlare di parafilia, anzi, la pratica perversa può avere una funzione che consolida la relazione e crea l’intimità, più che evitarla.

In definitiva, le parafilie sono distorsioni di componenti che sono a loro volta parte integrante del comportamento sessuale normale; ciò che le rende distorte è che non sono espresse in funzione della relazione, ma servono ad evitarla.

L’unico parametro attendibile per misurare il fenomeno da un punto di vista clinico e transculturale è il grado di soddisfacimento. Lo stesso Borneman sosteneva che un comportamento è definibile come perversione quando non può essere mai soddisfatto.

Sono d’accordo con L. J. Kaplan nell’affermare che le perversioni non sono correlate al desiderio erotico ma al modo in cui l’eccitamento sessuale è impiegato per regolare il desiderio, le relazioni d’oggetto, le identificazioni di ruolo e di genere, l’aggressività, la vergogna, l’ansia e il senso di colpa.

Accanto alle difficoltà di stabilire il passaggio sfumato tra parafilie e comportamento sessuale normale, esistono altri punti controversi che riguardano la stessa eziologia delle perversioni.

Nell’insieme, nella genesi delle parafilie siamo ancora molto lontani dall’individuare un fattore causale definito; allo stato attuale, l’ipotesi eziopatogenetica più ampia e prudente considera centrale l’influenza combinata della biologia, dell’ambiente, e dello sviluppo sintetico-integrativo della mente, ma le vere ragioni del comportamento perverso rimangono oscure, quasi a ricordare che, in campo sessuale più che in altri ambiti, il comportamento umano è molto più della somma di biologia ed esperienza.

In conclusione possiamo affermare che le parafilie si situano in un continuo tra norma e patologia e nella clinica è utile valutare, accanto ai criteri diagnostici, tutta una serie di variabili che riguardano fondamentalmente la capacità di relazionarsi con l’oggetto.

Questo tipo di concezione più ampia rispetto agli inquadramenti nosografici può essere utile al clinico per evitare il rischio di medicalizzare le varianti del rapporto sessuale, considerando tout court patologica ogni pratica al di fuori del coito e, sostanzialmente, per evitare di imporre al paziente un modello di vita sessuale artificioso.

    dr.ssa Anna Carderi

Stare bene in coppia

coppiaEterosessuale, omosessuale o transessuale, fertile o sterile, cementata dall’amore o dall’odio, fugace o perenne, fedele o infedele … la coppia … è un archetipo onnipresente in tutti noi, compresi i singles, dove vive nelle fantasie del mondo intero o nella frammentazione della promiscuità.

Ciò che lega due persone è il pensare che l’altro è e sarà fonte di piacere.

Tale convinzione, unita alla disponibilità sessuale, a lungo termine aumenta la resilienza emozionale e determina  la creazione di un legame di coppia stabile. Perché è con lui/lei, e solo con lui/lei che vogliamo crescere, realizzare il nostro progetto di vita e invecchiare insieme.

La coppia diventa così luogo di scambio di aiuto, di piacere e fonte di creatività e crescita personale.
Una coppia felice è una coppia in cui i due partner si scambiano e offrono vicendevolmente molte cose piacevoli e poche cose spiacevoli.

Quando la coppia esce dal compito seduttivo e entra nella stabilità del legame può accadere che si verifichi una censura rispetto all’erotismo per cui diventano difficili le libertà sessuali, la creatività, la seduzione erotica, il prendere l’iniziativa.

Inoltre, vivere la sessualità come dovere, come paura di perdere il rapporto, come rottura dell’armonia fisica, finisce per determinare un cattivo tono dell’umore e una serie di resistenze, evitamenti  della vicinanza e anche dell’affettività. Si nutrono sentimenti difficili come la rabbia, l’aggressività verbale, le esplosioni di conflitti, contrasti che nascono dalla sensazione di non essere capiti e amati.

Seppur prevale il bisogno di unione, ci sentiamo confusi e in bilico tra la voglia di restare e quella di andare!

Tensioni, paure, riflessioni la fanno da padrone e ciò che prima era certo, come la voglia e il desiderio di stare insieme, adesso diventa incerto.

Nascono così i primi conflitti e le prime incomprensioni, ci si allontana sempre di più, poi piano piano il desiderio che abbiamo dell’altro si assopisce e possono insorgere problemi sessuali come può verificarsi uno spostamento verso comportamenti trasgressivi, sesso dipendenti, perversi o ossessivi.

La sessualità che prima ci avvicinava e ci consentiva di conoscere l’altro e riconoscersi nell’altro ora fa scattare reazioni di difesa e di rabbia. E il sesso passa dall’essere una occasione di intimità e crescita all’essere occasione di scontro.

In questo panorama, la coppia sopravvive quando raggiunge un accordo su come essere in disaccordo.

I conflitti, infatti, in una copia non sono inevitabili è il modo di affrontarli che fa la differenza.

Ma come superare il conflitto e stare bene in coppia??

La coppia che arriva in terapia è una coppia che ha perso la propria intesa e il proprio equilibrio andando in crisi.

È inevitabile che superate le fasi iniziali di una relazione dove tutti noi tendiamo a fare bella figura, a mostrare la parte “migliore” e più accettabile di sé, presto o tardi anche i limiti e i difetti  della nostra personalità emergeranno.

La gestione delle differenze fra i partner, ignorate nella fase di innamoramento, ma che emergono prepotentemente nel corso degli anni, costituiscono il vero banco prova della solidità della coppia. Una volta scoperte le differenze (nei gusti, nei desideri sessuali, nella quotidianità, nel tempo libero) ogni coppia prova inconsapevolmente a trovare un’originale soluzione di compromesso, che in certi casi si fonda sull’enfatizzazione dell’autonomia personale, in altri sulla necessità della condivisione.

La relazione di coppia oggi non si limita più alla famiglia e alla procreazione, e non si esaurisce neppure nella sessualità e nei sentimenti, ma mette in gioco molte altre dimensioni che portano inevitabilmente ad un confronto di personalità e di mentalità che può evolvere sia nella crescita sia nello scontro, più spesso entrambi.

Se manca una reciproca capacità di comunicare (e quasi sempre manca) e viene meno la negoziazione, inevitabilmente le prime incomprensioni, le prime delusioni, i primi conflitti, vanno ad accentuarsi fino a portare alla crisi.

In questa fase, l’intervento psico-sessuologico consente ad entrambi i membri della coppia di effettuare una scelta valoriale dell’altro basata sul godere di ciò che l’altro offre di positivo e sul valorizzare la relazione.

La natura trasformativa di un siffatto intervento è data principalmente da tre fattori: conoscere l’altro, conoscere se stesso nell’altro, cioè le proprie parti proiettate nell’altro, conoscere se stesso attraverso l’immagine che l’altro ci rimanda di noi.

Tutto ciò consente di operare in modo funzionale verso la risoluzione dei conflitti soggiacenti in modo da aiutare la coppia ad andare d’amore e d’accordo.

dr.ssa Anna Carderi

Come avviene l’eiaculazione

come avviene l'eiaculazioneL’eiaculazione rappresenta l’azione neuromuscolare più complessa dell’intero atto sessuale a cui partecipa il sistema nervoso centrale e periferico nonché una intensa componente psico-emotiva.

Il meccanismo dell’eiaculazione è composto principalmente da tre fasi.

La prima fase è costituita da un progressivo incremento delle secrezioni della ghiandola prostatica e vescicole seminali (fase dipendente dal sistema nervoso parasimpatico).

La seconda fase è caratterizzata dell’emissione, sicuramente quella più complessa, ed è caratterizzata dall’accelerazione del transito degli spermatozoi lungo il deferente e dalle potenti contrazioni peristaltiche della muscolatura liscia dei deferenti stessi, delle ampolle deferenziali, delle vescicole seminali e degli acini della ghiandola prostatica che provocano l’emissione del liquido seminale nell’uretra posteriore. In questa fase il liquido seminale rimane intrappolato nell’uretra prostatica tra lo sfintere striato dell’uretra ed il collo vescicale e aumenta di pressione.

Nella terza le contrazioni ritmiche e ben coordinate dei muscoli ischio e bulbo cavernoso, del pavimento pelvico aumentano ancora la pressione del liquido seminale all’interno dell’uretra. Il contemporaneo rilasciamento del muscolo sfintero esterno dell’uretra, mentre rimane chiuso il collo vescicale determina l’espulsione del liquido seminale all’esterno.

Nonostante si conoscano i meccanismi neurologici e meccanici dell’eiaculazione a tutt’oggi mancano terapie farmacologiche specifiche ed efficaci per il trattamento dei disturbi sessuali ad essa connessi (eiaculazione precoce, eiaculazione ritardata e impossibile).

Spesso la terapia elettiva una volta escluse patologie organiche urologiche o neurologiche è quella psico-sessuologica che si avvale dell’impiego di alcune tecniche comportamentali come quelle della compressione del glande e dello “stop and start”.

dr.ssa Anna Carderi

Caro Babbo Natale, per quest’anno vorrei …

regali di nataleIl Natale si avvicina e come ogni anno ci troviamo ad affrontare la difficile scelta del regalo da fare a parenti e amici ma soprattutto ai nostri amati figli.

Vorremmo regalare loro proprio quello che desiderano senza deluderli.

È difficile districarsi nella giungla dei giocattoli, ce ne sono veramente tanti e per tutti i gusti, da quelli che stimolano l’intelligenza logico-razionale a quelli alla moda o proposti dalla televisione.

Ecco alcuni consigli su come scegliere il regalo di Natale per nostro figlio.

Partiamo dal presupposto che, al di là dei giochi, i bambini hanno bisogno di giocare, di condividere un’esperienza che accenda la loro fantasia e  creatività.

Quindi prediligiamo giocattoli che si prestino a diversi utilizzi e trasformazioni, che stuzzichino la fantasia del bambino e la sua voglia di sperimentare. Via libera a regali come costruzioni, peluche e bambole, mentre non esageriamo con i giocattoli ‘intelligenti’ perché tolgono al bambino il gusto di giocare.

Immancabile il regalo ‘alla moda’ o quello tanto desiderato e, man mano che il bambino cresce, favoriamo giochi che possa condividere anche con gli altri.

Cogliamo l’occasione del Natale coinvolgendo i nostri piccoli nell’acquisto dei regali solidali in modo da sensibilizzarli verso chi è meno fortunato.

Un’idea utile può essere anche quella di coinvolgerli nella cernita di quei giochi che ormai non usano più per poi portarli insieme negli asili o nelle Caritas.

E se la scelta di nostro figlio cade su un gioco virtuale violento?

Non demonizziamo la loro scelta. L’aggressività è una componente dell’equipaggiamento emozionale umano e respingerla può rendere più difficile per il bambino imparare a governarla.

Piuttosto evitate di regalare animali, non sono giocattoli. Prima di cedere alla richiesta del nostro bimbo dobbiamo tener conto dell’impegno reale che esso comporta. Avere un animale per “amico” è di innegabile aiuto per lo sviluppo dei nostri figli ma la decisione non deve essere dettata dall’euforia di voler assecondare un capriccio che durerà da Natale a Santo Stefano.

Infine ricordiamoci che il dono più grande che si possa offrire ai figli è il nostro tempo!

 Dr.ssa Anna Carderi

Il risvolto della sindrome di Samo: bugchasing e HIV.

sindrome di samo e bugchasingMentre impazzano le campagne di tutela dall’HIV, il mondo si divide tra chi “ingenuamente”adotta comportamenti sessuali a rischio e chi si tutela usando il preservativo ed evitando rapporti con partner occasionali; tra chi è vittima inconsapevole (100/150mila casi) e chi lo contrae consapevolmente. Consapevolmente?

Già, avete capito bene!

Il contagio non sempre viene visto come pericoloso ma anzi da alcuni è proprio agognato.

Si tratta dei bugchasers, persone che hanno volutamente rapporti sessuali non protetti con persone sieropositive disponibili a trasmettere il virus dell’HIV (gift givers).

Il bugchasing altro non è che il risvolto gergale della sindrome di Samo.

All’apparenza l’obbiettivo del farsi contagiare è quello di poter poi vivere a pieno il sesso senza bisogno di pensare al preservativo e godere così di quell’intimità fisica compromessa dall’uso di pratiche cautelative anti-contagio.

In realtà i bugchasers  soffrono di un grave disagio psicologico di tipo ossessivo con tendenze eroico-suicide tale da coinvolgere e compromettere l’area affettiva, sessuale e relazionale.

Da una parte, la persona è mentalmente e fisicamente attratta proprio dal fatto che il partner è gravemente malato, dall’altra il desiderio della malattia è talmente forte da indurla alla ricerca, quasi spasmodica, di un partner sieropositivo.

Questo fenomeno è frequente soprattutto nelle coppie discordanti in cui, cioè, solo uno dei partner è sieropositivo. Qui il contagio viene giustificato come l’unico modo per tenere insieme la coppia e dimostrare il proprio amore all’altro anche a costo di sacrificare la propria vita.

In realtà ciò che è amato è la malattia e non il malato!

In entrambi i casi la storia di queste persone è intrisa di violenze, deprivazioni, e abbandoni subiti nell’infanzia.

È innegabile che il piacere e la scarica d’adrenalina che deriva da un atto così estremo rappresenta un pericolo evidente sia individuale, esponendo i giftgivers al rischio del contagio e i bugchasers  al rischio di acquisire un’infezione da HIV secondaria che complichi ulteriormente le loro condizioni, sia sociale,  promuovendo la possibile diffusione dell’HIV e di altre patologie sessualmente trasmissibili (MST).

Usa la testa mentre fai sesso. Usa il profilattico … SEMPRE!

Dr.ssa Anna Carderi

Quando studiare lontano da casa aumenta il rischio di obesità nei ragazzi.

pendolari obesiLo sapevate che i pendolari sono soggetti al sovrappeso?

Proprio così!

Che si viaggi per motivi di lavoro o di studio, mediamente, ogni 16 chilometri percorsi sulla tratta casa-lavoro/scuola, l’indice di massa corporea cresce di 0,17 punti, con impatti significativi sul peso. Se la distanza è maggiore, il rischio di andare incontro a obesità sale addirittura del 10 per cento.

Il motivo è da rintracciare nelle levatacce mattutine (dormire poco fa ingrassare), nel poco tempo a disposizione per effettuare una regolare attività fisica e negli spuntini non proprio salutari consumati durante il viaggio.

Pensiamoci per un attimo!

La tratta casa-scuola-casa spesso sottopone i nostri ragazzi a ritmi di alimentazione incongrui.

La tipica giornata alimentare di nostro figlio pressappoco inizia con una colazione assente e, una volta fuori casa, prosegue con spuntini o merende molto ricche di grassi. Poi, nell’attesa del bus o del treno che lo riporti a casa, spizzica o mangia cibo spazzatura come pizza, hamburger e patatine e spesso e volentieri tornato a casa pranza per la seconda volta.

Il risultato?

Alla fine dell’anno scolastico avremo un figlio obeso.

Quindi, care mamme, se vogliamo evitare ciò dobbiamo fare più attenzione e magari adottare delle precauzioni salva dieta.

Come?

Educhiamolo ad assumere uno stile di vita sano basato su una corretta alimentazione e su un’adeguata attività motoria.

Anziché costruire un ambiente obesogeno intorno a nostro figlio cerchiamo fin da quando è piccolo di:

  • Incentivare l’attività fisica e renderlo più libero di muoversi e d’incontrarsi con i compagni;
  • Non spingerlo a vuotare il piatto;
  • Contrattare le occasioni in cui certe golosità sono permesse;
  • Non avere scorte di cose buone come merendine, bibite gassate etc., soprattutto se il bambino rimane solo in casa;
  • Evitare cibo davanti alla televisione.

Ricordiamoci che un bambino e un ragazzo obeso … ha poca autostima … ha scarso rendimento scolastico

… non partecipa ad attività con i coetanei con conseguente emarginazione per diversità.

Infine, non si può pretendere che il bambino cominci a mangiare in modo sufficientemente corretto se noi genitori non diamo il buon esempio.

dr.ssa Anna Carderi

Bambini obesi: cosa dire e non dire

obesitàSi definisce obeso, un bambino il cui peso supera il 20%  di quello ideale per la statura.

Se il peso supera il 10%-20%, il bambino è in “sovrappeso”.

È innegabile che l’obesità come lo stesso sovrappeso abbiano ripercussioni sulla salute psicofisica del bambino.

Nonostante ciò c’è attorno all’obesità una profonda ignoranza fatta di preconcetti che partono da una fonte ben precisa che considera l’obesità non una malattia ma un valore estetico per cui … il peso non è percepito come un valore di salute ma come un valore d’interazione sociale.

Ancora oggi molti genitori considerano il cibo un simbolo di sicurezza e serenità che unitamente ad una percezione errata del peso del proprio figlio li porta a sottovalutare il problema.

I genitori non identificano i chili in eccesso come un problema, anzi, soprattutto quando i figli sono piccoli, credono che la “ciccia” sia segno di una crescita sana.

Ipernutrire il nostro bambino non ci fa di certo essere genitori più validi, anzi!

Spesso siamo proprio noi genitori ad alimentare l’obesità di nostro figlio.

Atteggiamenti  come fargli una lavata di testa rispetto al suo peso o frasi che esprimano il concetto che in lui c’è qualcosa di negativo come “non parlare, mangia!”, “devi finire tutto”,  vietare in modo assoluto un pacchetto di patatine fritte, un gelato, un hamburger o una fetta di pane con la nutella o associare il cibo ad una sorta di premio “Se fai il bravo ti compro le patatine fritte!“ o “se mangi tutto la mamma è contenta” possono avere un effetto boomerang e indurre i bambini a mangiare di più.

Anziché costruire un ambiente obesogeno intorno a nostro figlio cerchiamo di:

  • Incentivare l’attività fisica e renderlo più libero di muoversi e d’incontrarsi con i compagni;
  • Non spingerlo a vuotare il piatto;
  • Contrattare le occasioni in cui certe golosità sono permesse;
  • Non avere scorte di cose buone in casa che possano essere saccheggiate come merendine, bibite gassate etc., soprattutto se il bambino rimane solo in casa;
  • Evitare cibo davanti alla televisione;

Non chiediamo a nostro figlio di dimagrire ma educhiamolo ad assumere uno stile di vita sano che significa corretta alimentazione ed adeguata attività motoria. Questa diversa prospettiva ci permette anche una vera prevenzione.

Infine, non si può pretendere che il bambino cominci a mangiare in modo sufficientemente corretto da consentirgli di raggiungere il peso ideale se i genitori non danno il buon esempio.

 Dr.ssa Anna Carderi

 

10 regole per una buona sessualità negli adolescenti … e non solo!

psicologo romaFalse aspettative, incorretti atteggiamenti, inadeguate relazioni con il partner, errate consapevolezze sul proprio corpo, disinformazione, fattori di inesperienza legati all’età uniti a contraddizioni di ruolo, aspettative opposte per il comportamento dei giovani – da una parte il punto di vista parentale, con le sue richieste di dipendenza e di astinenza, dall’altra il punto di vista dei coetanei che spinge all’indipendenza e all’attività sessuale – possono rappresentare dei cofattore nell’insorgenza delle disfunzioni sessuali.

 
Ecco dunque un decalogo di regole da seguire per una sessualità responsabile e piena.

1) Usa il profilattico … SEMPRE! Non dimenticare di usare la testa mentre fai sesso. Un adolescente su tre soffre di malattie sessualmente trasmissibili!

2) Adotta un sano comportamento sessuale basato sul rispetto verso se stessi e verso gli altri e sulla contraccezione.

3) Se hai una defaillance (a livello di erezione o eiaculazione) sdrammatizza!! Può capitare anche alla tua età. Il rischio altrimenti è di entrare in un circolo vizioso in cui il solo pensiero di non farcela nuovamente mina la riuscita dei tuo successivi rapporti sessuali.

4) NO PANIC, non è un esame! La sessualità è gioco, comunicazione, fantasia. Non aver paura di sbagliare né tanto meno di non essere in grado di fare del buon sesso o di soddisfare l’altro.

5) Conosci e abbi cura del tuo corpo. Scopri le tue e le sue parti erogene, conoscerle ti consente di avere una buona sessualità.

6) Migliora e accresci il tuo rapporto con il partner: l’ascolto, la condivisione, il confronto e l’aiuto reciproco sono ulteriori fonti di benessere che agiscono positivamente sulla salute sessuale della coppia.

7) Vivi in modo consapevole la tua sessualità. Capisci quali sono i tuoi desideri, goditi le emozioni e i momenti di serenità.

8)Non forzare troppo i tempi, ma lascia che gli eventi succedano in modo del tutto spontaneo.

9) Sii comprensiva/o e soprattutto paziente. Non esprimere commenti negativi sul suo modo di fare l’amore, sulle sue dimensioni, quando si verifica una defaillance o quando lui/lei si lascia andare ad una confessione o ad una richiesta particolare. Mai, ma proprio mai, ridere!

10) Concediti il tempo per i preliminari.

Dr.ssa Anna Carderi

Eiaculazione ritardata

psicologo romaLa persona pur mantenendo un’intatta capacità erettile e un desiderio sessuale integro, non è in grado di eiaculare nel coito o durante altre attività sessuali nonostante una stimolazione lunga e adeguata.

Chi soffre di questo disturbo può impiegare oltre un’ora a raggiungere l’orgasmo (Montorsi et al., 2002).

Sembra prevalentemente un disturbo di natura psichica, anche se le droghe psicolettiche, gli antidepressivi, i barbiturici, possono influenzare il riflesso eiaculatorio.

L’incidenza dell’eiaculazione ritardata è notevolmente inferiore rispetto alle percentuali relative all’impotenza e all’eiaculazione precoce, e pare essere più frequente fra i soggetti con disturbo ossessivo-compulsivo e fra coloro che hanno avuto un’educazione sessuale severa.

Quali sono le cause?

Diverse condizioni cliniche, oltre l’età avanzata, possono essere causa di eiaculazione ritardata, ad esempio farmaci (sedativi, neurolettici, bloccanti gangliari, antidepressivi, bloccanti alfa adrenergici, ecc.), malattie neurologiche (tumori, sclerosi multipla, parkinsonismo, traumi, diabete, alcolismo, uremia, ecc.).

Possibili concause a livello psicologico possono essere, la paura del concepimento e delle responsabilità o conflitti più superficiali come l’ansia da prestazione dovuta alla paura di non essere all’altezza, di non riuscire a soddisfare la partner.

Per Abraham (1967), infatti, l’eiaculazione ritardata esprime uno stato ansioso legato alla perdita dello sperma, alla paura inconscia di smarrire una parte di sé, o alla paura della morte. La tendenza a ritenere il seme poi, in origine di tipo sadico-anale, ostacola il raggiungimento dell’orgasmo.

In chi soffre di eiaculazione ritardata spesso leccitazione si esprime solo a livello fisiologico ma non erotico. Ciò in parte è dovuto al fatto che questo uomo più che sulle sue sensazioni erotiche tende a focalizzarsi prettamente sulla soddisfazione sessuale della partner.                                                                                                                   Pensare all’orgasmo distrae dal qui ed ora, dalla magia delle sensazioni, del viaggio dell’eccitazione, dai singoli movimenti del corpo.                                                                                                                                                 Conseguentemente, la capacità di lasciarsi trasportare dalle emozioni e dal piacere viene inevitabilmente impedita.

Dall’altra l’eiaculazione viene vissuta come una richiesta obbligata di performance che lo distrae dai propri bisogni, incentivando l’inibizione.

Infine, c’è una carente capacità di giocare e lasciarsi andare durante il rapporto sessuale, che viene sperimentato non tanto come piacere quanto piuttosto come un dovere.

La terapia consiste nell’incoraggiare la costruzione di fantasie di coppia, sostenendo il paziente nello sviluppo della capacità di riconoscere le proprie sensazioni corporee anche al di fuori della sessualità.

Attraverso la messa in pratica di mansioni sessuali specifiche si facilita nella persona la progressiva e graduale acquisizione delle capacità di beneficiare dell’appagamento psicologico e fisico al fine di vivere le proprie emozioni, eliminare i condizionamenti negativi mentali e inibire il controllo sul corpo in modo da facilitare il rilassamento e il raggiungimento stesso dell’orgasmo.

A tal fine utili risultano le tecniche di rilassamento come il training autogeno e quelle psicoimmaginative.

L’ipnosi, unitamente alle strategie mansionali tipiche dell sex therapy, è volta a migliorare l’atteggiamento sessuale all’inizio del coito, la ricezione delle proprie reazioni sessuali e l’accettazione del piacere derivante dal rapporto sessuale.

Dr.ssa Anna Carderi

Fare il bene fa bene! Come insegnare la solidarietà ai bambini.

psicologo roma In una società fortemente individualista come la nostra, trasmettere ai nostri figli valori fondamentali come la solidarietà, la volontà di aiutare gli altri e di non pensare solo ai propri bisogni equivale ad allargare i loro orizzonti e a fargli comprendere che essere poveri non è né una colpa né tantomeno un reato e che la vita può essere fatta anche di momenti difficili, nei quali, la fortuna è avere qualcuno che ti vuole bene e si prende cura di te.

Insegnare ai bambini e ai ragazzi a essere parte concreta di un nuovo modello di società, in cui piccoli gesti come donare i propri giocattoli alla Caritas, o non sprecare l’acqua e il cibo, sono gesti che possono fare la differenza e rappresentare un importante aiuto per i meno fortunati, non è cosa facile!

Non si può parlare di volontariato senza dare concretezza all’altruismo. Per comprendere la validità di azioni in aiuto a chi ha bisogno, i nostri figli necessitano di respirare e vivere la solidarietà insita in gesti concreti.

Ricordiamoci che i bambini imparano dai modelli che hanno di fronte.

È imitando i genitori, più che in ogni altro modo, che imparano a fare lo stesso con gli altri.

Quindi siamo i primi a dover offrire l’esempio da seguire … ad iniziare dai piccoli gesti quotidiani.

Aiutiamoli a imparare la solidarietà cedendo noi per primi il posto sul tram.

Insegniamo loro la condivisione e, ad esempio, se stiamo mangiando qualcosa offriamone una parte al bambino invitandolo a fare lo stesso.

Anche nel gioco, invitate i bambini a divertirsi insieme anziché accapigliarsi per un giocattolo che vogliono tutti e che alla fine nessuno otterrà.

Sensibilizziamo i bambini alla solidarietà attraverso video e foto, cartine geografiche, canti popolari, favole e racconti di Paesi lontani.

Conoscere e renderli consapevoli di come vivono i loro coetanei nei Paesi più poveri fa crescere nei giovani la voglia di solidarietà.

Infine, poiché tutti noi tendiamo a ripetere quei comportamenti che sono stati oggetto di elogio, quando condivide applaudiamo, con un sorriso e un incoraggiamento, il suo gesto dimostrandogli che ha fatto bene e che apprezziamo il suo comportamento.

Il tutto affinché imparino a comprendere che fare il bene fa bene!

Dr.ssa Anna Carderi

Devotismo: l’attrazione sessuale per i disabili.

devotee e disabilitàNel devotismo, sessualità e disabilità non solo sono congiunte, ma anzi è la disabilità a diventare il punto centrale dell’investimento erotico.

L’interesse, quindi, è indirizzato esclusivamente verso la parte amputata o la disabilità o, come nell’abasophilia, per gli ausili come le carrozzine, i gessi, le protesi, etc., e solo raramente verso la persona e le sue qualità umane.

Nello specifico “Devotismo” è la traduzione culturale della categoria diagnostica “acrotomophilia,” di cui parla John Money negli anni ’80.

Ma chi è il devoto?

Il devoto è caratterizzato da ricorrenti e intensi impulsi, fantasie, o comportamenti sessuali che implicano ausili e menomazioni. Spesso è compromessa l’area sociale, lavorativa, o di altre aree importanti del funzionamento e la capacità di un’intimità emotiva e sessuale affettuosa e reciproca con un partner è generalmente compromessa o inesistente.

Questo tipo di parafilia si avvicina al feticismo, come pulsione sessuale diretta verso un oggetto inanimato.

Come nel feticismo, l’oggetto è indispensabile e imprescindibile per l’eccitamento e l’attività sessuale, che comunque tende ad evitare la relazione intima col partner. Le sue condotte sessuali sono ego sintoniche, ossia il soggetto ha un assoluto bisogno delle pratiche o fantasie sessuali e le giustifica come normali.

Nel caso specifico il devoto rende erotico non uno stivale ma gli ausili di cui il disabile si serve o per l’arto menomato.

Sono persone all’apparenza normalissime …  in molti casi hanno una loro famiglia, hanno dei figli, una moglie che non presenta nessuna disabilità e che però girano su facebook, su internet, in cerca di una ragazza disabile.

Una ricerca questa che può assumere connotazioni di tipo ossessivo.

Molti, infatti, credono che la loro vita sarà completa solo se trovano una donna con una mano mancante, braccio, gambe, ecc. Le loro fissazioni, inoltre, possono essere molto specifiche come “una donna con il braccio destro mancante sotto il gomito” o “donna con due gambe mancanti “.

È questo livello di oggettivazione che indica la natura ossessiva della loro ricerca.

La ricerca della disabilità diventa così grande che domina la vita quotidiana di un individuo.

Molti devoti hanno ampie raccolte costituite in tanti anni di ricerca in librerie, negozi di video. Alcuni devoti per soddisfare il loro bisogno ripiegano sull’ES o chirurgia elettronica che consente di  modificare elettronicamente immagini di persone non disabili, anche Vip, aggiungere loro una disabilità.

Parte di questa sete di vedere, sentire ed entrare in contatto con donne disabili aumenta col passare dei giorni e può assumere le caratteristiche di un vero e proprio bisogno, una sete che può essere saziata solamente con la ricerca e che in casi limiti può evolvere in una caccia al trofeo e sfociare nello stalking.

Inoltre i devoti per sedare la loro ossessione svolgono attività di volontariato o di lavoro dove il contatto con persone disabili è assicurato, per esempio, come protesisti, tecnici ortopedici e, eventualmente, come personali assistenti di cura; non a caso è proprio l’esercizio di assistenza sessuale ad aver messo in evidenza l’esistenza dei devotee.

Dr.ssa Anna Carderi

Stop al bullismo

bullismoII bullismo è un’azione di prepotenza, ripetuta nel tempo, messa in atto da un soggetto più forte nei confronti di uno più debole, che non riesce a difendersi.

Nonostante il problema sia da molti sottovalutato il bullismo produce effetti che si protraggono nel tempo e comportano dei rischi evolutivi tanto per chi agisce quanto per chi subisce prepotenze.

La serietà degli effetti provocati dal bullismo e la frequenza con cui si verificano episodi di prepotenza tra i ragazzi rendono doverosa una riflessione da parte degli adulti impegnati in ambito educativo e giustificano la necessità di interventi di prevenzione.

Le forme di bullismo sono le manifestazioni di un problema che può essere affrontato e risolto insegnando ai ragazzi le abilità necessarie per riconoscere, accettare e comunicare le proprie e altrui emozioni.

L’acquisizione di competenze sociali e di strumenti di comunicazione adeguati, sia verbali sia non verbali, può ridurre l’aggressività e la passività, comportamenti presenti nel fenomeno in modo complementare e intrecciato.

Bisogna educare i ragazzi a riconoscere le proprie emozioni e a comunicarli, infatti, consente di sviluppare in essi quelle abilità di controllo di emozioni forti come la rabbia.

Tali competenze possono essere intese come le componenti operative dell’abilità a saper fare fronte efficacemente alle richieste e alle sfide della vita quotidiana (problem-solving) e costituiscono il patrimonio attraverso il quale le persone mantengono una condizione di benessere (sociale e psichico) e mettono in atto comportamenti positivi e adattivi nell’interazione con gli altri, con la cultura e con l’ambiente di appartenenza.

Inoltre, l’obiettivo degli interventi preventivi è anche quello di promuovere lo sviluppo delle competenze riflessive e familiari e psico-sociali degli insegnanti e dei genitori, necessarie per riconoscere l’humus in cui vittime e bulli sviluppano le terribili dinamiche.

Da qui la necessità di promuovere uno spazio fattivo che aiuti a potenziare negli insegnanti e nei genitori competenze che consentano all’adulto di affrontare e contrastare il bullismo e tutti quei disturbi legati alle difficoltà di relazione.

Spazio, questo che si esplica attraverso l’opera di un counselling psicologico di stampo strategico breve centrato sulla risoluzione dei problemi tipica della problem solving therapy.

Dr.ssa Anna Carderi

Amici dal mondo. Come favorire l’integrazione sociale nei bambini.

integrazioneIn un Paese sempre più multiculturale, il fenomeno migratorio, invece che rappresentare un’opportunità di arricchimento, troppo spesso impatta con una cultura di appartenenza che, lungi dal sostenere un’educazione improntata ai valori della pro socialità, del rispetto e dell’accettazione della persona straniera, favorisce un tipo di pensiero razziale che si oppone alla conoscenza dell’altro.

Tale chiusura allo straniero, alimenta un clima di paura e sospetto che i nostri figli inevitabilmente respirano condizionandone irrimediabilmente la crescita sia individuale sia sociale.

Come potrà mai crescere un bimbo a cui è stato inculcato il concetto di  “evitare i negri per vivere bene”?

Probabilmente crescerà in un clima di precarietà e insicurezza sociale, con la percezione, per lui e i propri cari, di un pericolo imminente. Vivere in un clima di pericolo può far passare il bambino da un naturale stato di apertura all’altro ad uno di chiusura e sfociare in atteggiamenti aggressivi e discriminatori verso i coetanei stranieri, che nel tempo possono evolvere in fenomeni di vera e propria violenza  xenofoba.

Per un sano sviluppo della personalità dei nostri figli ogni genitore dovrebbe portare l’attenzione più che alle differenze di pelle, religione, nazione, etc., alla condivisione delle differenti culture e alla valutazione dei vantaggi che possono nascere dalla convivenza con persone di diversa etnia.

Promuovere la sensibilizzazione all’integrazione interculturale e ai valori del rispetto delle diversità in un’ottica di educazione alla solidarietà che valorizzi lo scambio costruttivo di esperienze comparando, ad esempio, la nostra cultura e quella degli altri popoli, attraverso la conoscenza di tradizioni, usi, cibi, costumi e stili di vita diversi, porta all’arricchimento di quei valori che accompagneranno i nostri figli per tutta la vita.

In questa ottica l’integrazione diventa lo strumento chiave per la crescita individuale, per lo sviluppo di un senso di appartenenza e di abilità sociali e personali complesse, che permettano di “vivere bene con sé e con gli altri” e che preservino dall’insorgere di comportamenti devianti, di disagio e di disadattamento sociale.

Ricordiamoci che promuovere nei propri figli idee libere dal razzismo equivale a promuovere in loro la libertà di essere se stessi e di trovare spazio in una società sempre più multietnica anziché esserne emarginati.

 

Effetto dei cannabinoidi sulla sessualità

effetto cannabis sul comportamento sessualeSotto tale dicitura sono inseriti tutti i derivati della canapa indiana: marijuana, hashish e olio di hashish in tutte le loro varianti. Questi contengono svariati principi attivi tra cui il principale è il tetraidrocannabinolo (-9-THC).

L’attrazione esercitata da tali sostanze sui soggetti risiede nella sua capacità di intensificare le relazioni con gli altri, favorendo la socializzazione. Spesso compare uno stato di euforia e benessere, esaltazione interiore mentre diminuiscono le inibizioni perciò i rapporti interpersonali sono facilitati.

Molti fumatori fanno notare che aumenta il desiderio sessuale, si ha un orgasmo più piacevole,qualitativamente superiore e che i contatti fisici sono sentiti in modo amplificato,permettendo di godere al meglio dell’atto sessuale senza essere ossessionati dalle cose che si sono fatte prima o che si devono fare in futuro. Altresì i consumatori riportano che l’effetto disinibente si traduce in una maggiore disponibilità al gioco e in un’intensificazione della sensibilità fisica, dell’eccitazione e delle fantasie sessuali.

In un suo studio Cohen ha indagato gli effetti dei cannabinoidi e ha effettivamente riscontrato, in alcuni individui, un aumento dell’attività sessuale e della gratificazione, mentre in altri soggetti sembravano manifestarsi effetti di segno opposto. Erano soprattutto i giovani adulti a utilizzare la cannabis con questo scopo, rispetto a un gruppo di età maggiore.
Tuttavia nei soggetti che ne abusano si riscontra una riduzione della sessualità fino alla disfunzione erettile.

Ad alte dosi può avere effetti negativi sui rapporti sessuali.
Janiri, Bricolo e Conte affermano che i derivati della cannabis producono un effetto mentale e comportamentale di pace interiore, di quiete, di distacco dalla realtà, di rimozione dell’ansia. A ciò si associa, in alcuni casi e per alcune dosi, una sorta di quiete sessuale, soprattutto nei maschi.
Altri autori evidenziano l’effetto inibitorio dei derivati della cannabis che si traduce in un rallentamento del riflesso eiaculatorio particolarmente ricercato in chi soffre di eiaculazione precoce.

Nelle donne si riscontra un aumento del desiderio sessuale, della capacità di raggiungere l’orgasmo e il rilassamento dei muscoli del pavimento pelvico.

Tratto da Tossicologia e tossicodipendenza in sessuologia di Carderi A e La Pera G. in Sessuologia medica. Trattato di psicosessuologia e medicina della sessualità (a cura di) Jiannini E., Lenzi A.

Effetto degli oppiacei sul comportamento sessuale

oppiacei e sessualitàCon il termine oppiacei si indicano le sostanze derivate dall’oppio come la codeina, la morfina, che ne è l’alcaloide principale, e altri derivati semisintetici di quest’ultima molecola, prima fra tutte la diacetilmorfina (eroina), che si ottiene trattando la morfina con anidride acetica.

Chi usa eroina, inizialmente prova un benessere fisico, una sensazione di calma e serenità che invade l’anima e soprattutto aumenta la sensazione di fiducia in se stessi.
Per questi suoi effetti viene usata per placare l’ansia connessa con le relazioni interpersonali, permettendo un’espressione più libera delle proprie emozioni.
Attraverso la sostanza i giovani tentano di eliminare il disagio connesso a un sentimento di inadeguatezza nei confronti del proprio corpo e dell’altro sesso.

Dal resoconto di alcuni consumatori emerge che l’assunzione di eroina, alcune volte, è iniziata nel disperato tentativo di sopraffare la frustrazione connessa all’inadeguatezza sessuale, per diminuire l’ansia inerente ai primi rapporti sessuali o interrompere il circolo vizioso ansia da prestazione-insuccesso-ansia da prestazione, per migliorare le loro prestazioni o per controllare il riflesso eiaculatorio.

Tali effetti positivi sono innescati dal fatto che l’eroina facilita il controllo di una situazione laddove la difficoltà di controllo dipenda da uno stato di tensione o di ansia; in tal caso la sostanza sedativa, eliminando l’ansia, otterrà un effetto, apparentemente paradossale, cioè stimolante.
Chi utilizza eroina riscontra soprattutto ritardo nell’eiaculazione e, alle prime somministrazioni, un aumento delle capacità di erezione.
Circa il 57% dei soggetti fa uso di diacetilmorfina per ritardare il riflesso eiaculatorio.

Come già accennato, l’eroina, in quanto ansiolitico, ha un effetto positivo indiretto sulle prestazioni sessuali.
Infatti l’effetto ansiolitico dell’eroina sarebbe in grado di spezzare il circolo vizioso ansia da-prestazione-insuccesso-ansia da prestazione consentendo così di avere dei rapporti sessuali appaganti.
Un altro aspetto sorprendente dell’eroina è l’aumento nel sangue i livelli di ossido nitrico.
Con l’eroina sia gli uomini sia le donne provano un’intensificazione della sensibilità fisica dell’eccitazione e delle fantasie sessuali, aumento dell’intensità e della capacità di raggiungere l’orgasmo.

Gli effetti tossici per uso prolungato dell’eroina determinano un rallentamento del comportamento sessuale.
Questo accade in quanto l’eroina interferisce con la regolazione centrale del sistema endocrino e quindi altera le funzioni in cui sono implicati i processi ormonali. Così le funzioni sessuali ne risultano notevolmente influenzate.
Altresì, agendo sul SNC, l’eroina interferisce con il sistema oppioideo endogeno.

Nell’uomo si manifesta una diminuzione della libido sessuale, impotenza, eiaculazione ritardata, riduzione della capacità di raggiungere l’orgasmo e della fertilità.
Nelle donne l’eroina può essere ricercata per la sua proprietà di ridurre l’ansia e il dolore associato al rapporto in quanto comporta un rilassamento dei muscoli del pavimento pelvico e un aumento della lubrificazione.
Inoltre l’uso della sostanza nelle donne comporta un incremento del piacere e dell’appagamento sessuale.

L’uso cronico di eroina può causare riduzione del desiderio, disturbi mestruali e amenorrea. Le eroinomani presentano in media un maggiore rischio di aborti spontanei e parti prematuri.

Tratto da Tossicologia e tossicodipendenza in sessuologia di Carderi A e La Pera G. in Sessuologia medica. Trattato di psicosessuologia e medicina della sessualità (a cura di) Jiannini E., Lenzi A.

Effetti dell’amfetamina sul comportamento sessuale

amfetamina e sessualitàL’amfetamina è un’amina sintetica, stimolante del sistema neurovegetativo simpatico.

La sua molecola ha una struttura semplice che ricorda quella di alcuni componenti naturali dell’organismo. Le amfetamine, come le altre sostanze, agiscono sui centri del piacere. Esse sono capaci di determinare un immediato senso di appagamento, danno una sensazione di benessere seguita dall’impressione di potere affrontare e risolvere meglio i problemi che si presentano.

Si riscontrano effetti a breve termine come aumento dell’attività motoria e del desiderio sessuale, sensazione di potenza, senso di maggiore fiducia in se stessi. Alcuni consumatori riportano che l’uso di amfetamina intensifica l’orgasmo e permette di prolungare il rapporto sessuale. È uno stimolante del sistema neurovegetativo simpatico e come tale può essere considerato come un ausilio farmacologico in chi è affetto da eiaculazione ritardata. La sollecitazione del simpatico, difatti, comporta delle risposte da parte dei genitali esterni dando luogo all’eiaculazione.

Per quanto riguarda invece la tossicità nelle donne l’uso protratto nel tempo può comportare una riduzione della lubrificazione vaginale.

In entrambi i sessi possono verificarsi un calo del desiderio sessuale, un’inibizione dell’orgasmo e, conseguentemente, una riduzione dell’appagamento8.

Tratto da Tossicologia e tossicodipendenza in sessuologia di Carderi A e La Pera G. in Sessuologia medica. Trattato di psicosessuologia e medicina della sessualità (a cura di) Jiannini E., Lenzi A.

Effetti della cocaina sulla fisiologia dell’atto sessuale

cocaina e sessualitàGli Psicoanalettici quali l’amfetamina, la cocaina, la caffeina e la nicotina sono droghe che stimolano il SNC

Gli studi hanno evidenziato che tali sostanze, se assunte in dosi elevate, comportano un aumento della vigilanza, del comportamento aggressivo e violento, incrementano la capacità di svolgere attività fisiche e psichiche, il battito cardiaco, la pressione sanguigna, la glicemia, mentre fanno diminuire la sensazione di fame e fatica. Assunte in piccole dosi inducono eccitazione, euforia e la sensazione di avere maggiore energia.

Allo stato puro la cocaina è una polvere cristallina (chimicamente strutturata in cristalli), bianca e inodore derivata dal trattamento delle foglie di coca (di cui ne è l’alcaloide principale), è insolubile in acqua e solubile nell’etere. Intesa come molecola è una 2-b-carbometossi-3-b-benzossitropano (C17H12NO4). Gli effetti della cocaina sul SNC sono dovuti all’azione che essa esercita sulla neurotrasmissione mediata dalla dopamina.

La dopamina (DA) è il neurotrasmettitore fondamentale del sistema di ricompensa cerebrale ed entra in azione in tutte le situazioni in cui si sperimentano sensazioni gratificanti e piacevoli. La dopamina, infatti, regola il tono dell’umore e delle sensazioni di piacere. Il farmaco non agisce stimolando direttamente i recettori per la DA, ma si comporta come un dopamina-mimetico indiretto (giacché non funziona nelle condizioni in cui la DA non è presente), impedendo il riassorbimento della dopamina da parte delle terminazioni nervose. Ciò determina un aumento della disponibilità del trasmettitore nervoso a livello sinaptico e un incremento della trasmissione nervosa dopaminergica, e quindi un’iperfunzionalità dei sistemi cerebrali del piacere e della ricompensa.

Stimolando il rilascio di dopamina e norepinefrina, la cocaina provoca un aumento del desiderio e dell’eccitamento. Gli effetti ricercati da chi inizia a usare cocaina consistono in un aumento della resistenza fisica, nella sensazione di benessere ed euforia, nella sensazione di avere maggiore energia con conseguente aumento del desiderio e degli atti sessuali. In più andando a modificare positivamente la considerazione che il soggetto ha di sé, egli si sentirà più sicuro e acquisterà maggiore fiducia anche nelle proprie possibilità, tanto da avere l’impressione di potere affrontare e risolvere meglio i problemi. Alcuni autori riferiscono che la cocaina è un ausilio farmacologico per il superamento delle ansie e della timidezza che molto spesso è associata alla sessualità11.

Chi attua un uso finalizzato della sostanza al miglioramento dell’attività sessuale, lo fa perché a dosi moderate questa può agire come afrodisiaco indiretto agendo su fattori psicologici e culturali che influenzano l’attività sessuale. L’uso della cocaina come metodo di cura della disfunzione erettile contrasta con i reali effetti che essa produce su tale problema sessuale poiché, elevando il tono simpatico e i livelli di catecolamine circolanti, determina l’ipertono della muscolatura liscia peniena con mancato rilasciamento delle fibre, fenomeno indispensabile all’ottenimento dell’erezione.

È anche vero che, se direttamente applicata sul pene, grazie alle sue proprietà di anestetico locale, la cocaina è un ausilio efficace nel prolungare l’erezione. L’uso della cocaina come ausilio farmacologico nella risoluzione del deficit erettile è rinforzato dal fatto che essa va ad agire su quei particolari stimoli psicogeni che possono rappresentare la concausa del disturbo erettile: insicurezza, ansia legata al rapporto sessuale, paura dell’insuccesso, di essere inadeguati e quindi del giudizio. Sensazioni quali paura e angoscia, impaccio e inadeguatezza, possono comportare una ridotta sensazione di eccitazione e di piacere sessuale che può determinare una risposta di impotenza. Inoltre, la cocaina può essere tagliata con farmaci proerettili come la yohimbina o l’apomorfina. Molte donne che senza droghe sono anorgasmiche trovano invece il piacere orgasmico, anche multiplo, con l’uso della cocaina.

In entrambi i sessi è stato riscontrato anche un aumento della sensibilità, dell’eccitazione, del piacere e dell’appagamento sessuale, intensificazione della sensibilità fisica dell’eccitazione, delle fantasie e del piacere sessuale e della capacità di raggiungere l’orgasmo, ma tali effetti si manifestano soltanto nelle prime fasi del consumo, infatti, in grandi quantità ha un effetto depressivo sull’attività sessuale comportando anche una riduzione della capacità di giungere all’orgasmo. L’uso della sostanza, iniziato talvolta per facilitare la spinta sessuale, può causare alterazioni della sfera sessuale che possono diventare persistenti comportando, per esempio, alterazioni del sistema endocrino, e influenzando soprattutto gli equilibri ormonali che controllano le funzioni sessuali che portano alla riduzione del desiderio relativo al sesso; in alcuni casi generano impotenza nell’uomo e anorgasmia nella donna. Si riscontra anche inibizione dell’eiaculazione e una riduzione delle performance sessuali. L’uso cronico, diminuendo le scorte di dopamina, può causare ginecomastia e amenorrea.

 

Tratto da Tossicologia e tossicodipendenza in sessuologia di Carderi A e La Pera G.  in Sessuologia medica. Trattato di psicosessuologia e medicina della sessualità (a cura di) Jiannini E., Lenzi A.

Effetti delle sostanze psicoattive sulla fisiologia dell’atto sessuale

droga e sessoIn genere, quando in sessuologia ci si riferisce a droga e sessualità si prendono in considerazione quasi esclusivamente gli effetti tossici che le sostanze psicoattive producono sulle funzioni sessuali. Sebbene questo sia un aspetto rilevante, spesso non si considera che una delle ragioni per le quali si utilizzano le droghe è il miglioramento delle prestazioni sessuali.

Questo aspetto ben conosciuto dai consumatori di droghe è stato spesso sottovalutato dalla ricerca scientifica, tanto che esistono molti lavori sugli effetti tossici, ma pochi sugli effetti positivi sulla sessualitàricercati dai consumatori.

Gli effetti psicologici e fisiologici che le sostanze psicoattive inducono sono di natura estremamente variabile, poiché non dipendono solo dall’aspetto farmacodinamico proprio della molecola ma anche dalla modalità di assunzione (fumata, per via orale, per via intranasale, per via parenterale), dalla dose, dagli stati emotivi, dalle aspettative connesse all’assunzione della sostanza e dal valore a essa accreditato.

Già dagli anni Ottanta si è posta l’attenzione sul fatto che esistono diverse sostanze in grado di alterare la risposta psicosessuale nell’uomo e nella donna con l’intento di correggere problemi sessuali ottenendo una sorta di aiuto e di automedicazione, per alleviare il disagio connesso ai propri vissuti sessuali, alleviare le frustrazioni connesse a momentanee disfunzioni relative alla sessualità tipiche dell’adolescenza (eiaculazione precoce, disturbi erettili ecc.) e migliorare le prestazione sessuali.

Inoltre dall’analisi della letteratura si evince una maggiore attenzione solo sugli effetti tossici che nel lungo periodo la sostanza comporta sulla sessualità, oscurando o minimizzando il fatto che è proprio la ricerca degli effetti positivi sulla sessualità uno dei principali incentivi all’uso delle sostanze.

Dall’esperienza di chi scrive si deduce che i ragazzi tossicodipendenti intervistati hanno fatto uso di sostanze esplicitamente allo scopo di migliorare le performance sessuali e che in molti di loro il problema sessuale ha influito significativamente sull’inizio dell’uso di sostanze.

I disturbi sessuali e la ricerca del piacere sessuale costituiscono un importante fattore di rischio che precede l’uso di sostanze. Le droghe illegali usate per tali scopi hanno effetti molto diversi tra loro ma tutte agiscono sui centri del piacere.

Tratto da Tossicologia e tossicodipendenza in sessuologia di Carderi A e La Pera G.  in Sessuologia medica. Trattato di psicosessuologia e medicina della sessualità (a cura di) Jiannini E., Lenzi A. 

 

Ansia del concepimento e disfunzione erettile

ansia da concepimento

L’attività sessuale umana, a differenza di quella animale, può prescindere dallo scopo più strettamente biologico e sociale della riproduzione, concentrandosi su scopi più ludici ed erotici.

Questa capacità di godere dell’attività sessuale può essere minacciata e inibita allorché la coppia, spinta dalla necessità di passare dallo status coniugale a quello genitoriale, inizi ad adoperarsi per dar seguito al proprio progetto procreativo.

Una scelta questa che può avere delle ricadute pesanti sulla serenità della vita sessuale dei partner se il desiderio di una gravidanza si trasforma in una vera e propria ossessione procreativa.

Quando l’interesse sessuale diventa ad esclusivo appannaggio del concepimento e il sesso perde la sua connotazione erotica e ludica riducendosi ad un impegno, la sfera sessuale  può subire un condizionamento negativo che porta alla diminuzione della frequenza e della spontaneità dei rapporti e all’insorgenza di disfunzioni sessuali.

Nell’uomo lo stress fisico e psichico causato dal sentirsi responsabile di un atto da cui dipenderà il concepimento di un figlio può, infatti, innescare una risposta d’ansia da prestazione tale da determinare calo del desiderio sessuale, difficoltà di eiaculazione e disfunzione erettile.

La ricerca di una gravidanza e la consequenziale necessità di avere rapporti sessuali finalizzati in momenti specifici può condizionare negativamente la vita sessuale. In simili condizioni la pressione inerente i tentativi di concepire può dar luogo a tensioni e conflitti (Bagshawe A e Taylor A, 2003; Zabihi Rigcheshme M, et al., 2012) all’interno della coppia tali da compromettere la funzionalità psico-sessuale dell’uomo.

Se esiste la confermata possibilità che disfunzioni sessuali possono originare una infertilità di coppia, ancor più una accertata condizione di infertilità potrà dare origine a disfunzioni sessuali sia maschili che femminili.

Negli uomini a prescindere dalla loro integrità fecondativa, l’eccessivo stress fisico e psichico legato alla necessità di avere rapporti sessuali finalizzati e dipendenti dall’ovulazione unitamente alla responsabilità fecondativa può innescare una risposta d’ansia da fecondazione (Carderi A, 2017).

Un’ansia, quella del concepimento, che nella propria specifica eziologia inibisce la risposta sessuale e innesca problemi sessuali di tipo situazionale come calo del desiderio, eiaculazione ritardata e disfunzione erettile (Behjati Z et al., 2010; Etesamipour R, et al., 2011; Zahra Z, et al., 2017, Carderi A, 2017).

L’Ansia procreativa porta l’uomo a focalizzare l’attenzione sulla riuscita riproduttiva a scapito degli stimoli erotici che normalmente servono ad aumentare l’eccitazione sessuale (Nelson AL e Purdon C, 2011). La presenza di pensieri riferiti alla fecondazione, infatti, impedisce alla persona di focalizzare dell’attenzione sulle sensazioni di piacere indotte dallo stimolo sessuale e blocca l’elaborazione di fantasie sessuali eccitanti, facendo quindi venire a mancare importanti componenti di attivazione in grado di far scattare nella corteccia limbica l’interruttore innescante il desiderio sessuale e quindi l’erezione.

Tale quadro è esacerbato dal fatto che il rapporto sessuale privato del suo valore erotico, è caratterizzato da un minor numero di preliminari, basso desiderio sessuale, scarsa percezione dell’eccitazione psichica e fisica (Marci R, 2012). Per cui la mancanza di stimoli erotici riduce il focus attentivo sessuale comportando uno scadimento della stessa risposta sessuale di eccitazione.

La reazione di ansia che ne deriva si condiziona alla situazione sessuale specifica del concepimento così che qualunque stimolo erotico finalizzato alla gravidanza licita una risposta stimolo specifica qual è l’ansia da concepimento (Carderi A, 2017).
Si delinea così una sessualità finalizzata che mina la funzionalità sessuale maschile.

La pressione esercitata dalla richiesta fecondativa unitamente all’insoddisfazione sessuale e alla perdita di una sessualità erotica e alle conseguenti tensioni relazionali sono gli ingredienti che alimentano l’ansia da fecondazione e, attenuando la risposta di eccitazione soggettiva, provocano significative difficoltà sessuali durante il coito.

Infine, il ripetersi del fallimento procreativo comportando un aumento dei livelli di ansia da fecondazione e di frustrazione può portare alla messa in atto di comportamenti di evitamento sessuale.

Programmare il rapporto, dunque, è un rischio per la funzionalità sessuale maschile; pertanto il mio consiglio per chi cerca un figlio è quello di fare l’amore sull’onda del desiderio e del piacere.

Dr.ssa Anna Carderi 

Campo scuola. I bambini prima di tutto!

bambini e campo scuolaI campi scuola, in una alta percentuale di casi, rappresentano per nostro figlio la prima esperienza di vita al di fuori dell’ambiente familiare.

Per loro è l’occasione per crescere, acquisire autostima, diventare più autonomi facendo esperienza di sé, sperimentando numerose attività creative e sportive, e degli altri, promuovendo il controllo emotivo e il superamento di ogni sensazione di isolamento e di diversità.

Proprio per queste sue caratteristiche nella scelta del campo scuola dobbiamo tener conto delle diverse esigenze – mediche e psicologiche – di nostro figlio.

L’offerta dei campi estivi è vasta ma qual è quella che si confà di più a nostro figlio?

Possiamo puntare sul judo, trekking e tiro all’arco nel caso nostro figlio manifesti iperattività o un deficit dell’attenzione, il rugby o il basket nel caso di dislessia. Tutte attività che cercano di stimolare concentrazione e attenzione. L’attività sportiva oltre a far scoprire attitudini e capacità nascoste, favorendo così l’autonomia dei ragazzi, consente loro di canalizzare le energie, conoscere e rispettare i limiti.

Se nostro figlio predilige invece un’attività artistica, le arti del circo fanno per lui. L’acrobazia, la giocoleria, i numeri di equilibrismo e l’arte dei clown sono tutte attività che richiedono un alto livello di attenzione, di precisione e coordinazione dei gesti come pure il bricolage.

Se  invece la tendenza è quella di chiudersi e non relazionarsi con gli altri, vanno stimolate le corde della socialità, dando quindi la precedenza a campi scuola in cui poter svolgere attività di squadra e in cui sono fondamentali la relazione e la comunicazione.

Inoltre, in vacanza si impara anche ad accettare e gestire una malattia come il diabete o una disabilità. È un occasione per poter condividere momenti indimenticabili con tanti ragazzi che vivono esperienze simili alle loro senza sentirsi diversi, collaborando e divertendosi insieme.

Quindi mamme e papà no panic!

Mandiamoli con fiducia e al momento della scelta tra i possibili campi scuola, lasciate che l’ultima parola sia la loro!

dr.ssa Anna Carderi

tratto da il Nuovo

Campo scuola istruzioni per l’uso.

campo scuolaLa lunga pausa estiva dalla scuola sta per iniziare. Un tempo più o meno di tre mesi che non coincide con gli impegni dei genitori. Un problema non da poco specie se non si può fare affidamento su nonni o parenti vari.

Quale miglior opportunità del campo estivo?

Il campo scuola per i nostri figli è una occasione per raggiungere l’autonomia e per noi genitori è l’occasione di concederla. In questa ottica il campo estivo può essere una grande esperienza di vita per i bambini, costruendo la loro indipendenza e quelle competenze sociali che useranno per tutta la vita.

Per questo motivo è necessario scegliere il centro estivo con attenzione, avendo cura di valutare le attività che verranno svolte e la professionalità di coloro che si occuperanno dei nostri bambini. Per una scelta serena e consapevole è buona cosa informarsi sulle modalità educative della struttura e sulla preparazione della équipe nell’eventualità il bambino abbia particolari esigenze mediche, come il diabete o l’asma, disabilità o disagi psicologici come disturbi dell’attenzione, iperattività ecc.

Inoltre, favorire un utile confronto stabilendo con gli educatori e tutto lo staff un rapporto di fiducia e di collaborazione ci consentirà di acquisire quelle corrette informazioni inerenti la salute o le eventuali difficoltà di inserimento di nostro figlio in modo da agire al meglio e acquietare le nostre ansie.

E poi ci sono i nostri figli che è bene coinvolgere nella decisione di trascorrere del tempo lontano da casa. Un bambino deve sentirsi pronto a separarsi. È bene sapere che, costringerlo o forzarlo, magari con la promessa di riportarlo a casa se ​​non gli piace l’esperienza di essere lontano, lo renderà solo più insicuro. Anche commenti che esprimono ansia o ambiguità come “spero che andrà tutto bene” o “cosa farò senza di te” sono deleteri in quanto possono lasciare un bambino preoccupato che qualcosa di negativo possa accadere a lui o a noi genitori.

Detto ciò teniamo sempre conto dei rimandi che i nostri figli ci faranno.

Quindi, al loro ritorno, se si tratta di un campo semiresidenziale o durante la telefonata serale, se abbiamo optato per uno residenziale, è importante consentirgli di raccontare le esperienze fatte durante il giorno, come lo è incoraggiarli.

Infine, per quanto il campo scuola offra a noi genitori una pausa dalla gestione quotidiana dei figli, evitiamo che si trasformi in un parcheggio o in una vacanza senza famiglia. Sebbene questa esperienza sia funzionale alla crescita dei nostri figli essa rimane una valore aggiunto e non può essere sostitutiva della vacanza con tutta la famiglia!                                         .

 dr.ssa Anna Carderi

tratto da il Nuovo

Burn-out: quando insegnare esaurisce

psicologo romaOggi la scuola, oltre alla tradizionale funzione educativa, è chiamata a svolgere anche quella di custodia ed assistenziale, la classe docente è, quindi, sottoposta a richieste eccessive, deve ricoprire una molteplicità di ruoli spesso discordanti tra loro, che deludono poi le iniziali aspettative nei confronti della professione. Questo sovraccarico lavorativo, spesso svalutato e non riconosciuto a livello sociale, può se protratto nel tempo sfociare nel burn out.

Il burn out è una condizione conseguente ad una situazione di stress prolungato tipica delle professioni che prestano aiuto (le helping professions o professioni d’aiuto), soccorso, sostegno agli altri (insegnanti, educatori, medici, infermieri, assistenti sociali, psicologi, sacerdoti, ecc.), nelle quali la relazione tra i soggetti interessati presuppone un forte coinvolgimento personale, tale che le qualità individuali diventano predominanti rispetto alle competenze, alle conoscenze tecniche.

Si instaura nel momento in cui l’individuo non riesce ad affrontare in modo costruttivo le situazioni di stress insite nell’ambiente lavorativo. In tal caso egli scivola a poco a poco in una forma di “adattamento” patologico di tipo difensivo, che si esprime in atteggiamenti e comportamenti quali l’appiattimento nel lavoro di routine, rigidità, cinismo, in breve in un “ritiro psicologico” nei confronti del proprio lavoro.

Cosicché il Burn-out interrompe il processo educativo, in quanto il docente, spossato dallo stress fisico e mentale, riduce al minimo indispensabile l’investimento delle proprie risorse professionali si distacca emotivamente e fisicamente dall’allievo e si adatta ad un lavoro superficiale di routine scolastica (spiegazione, interrogazione, compilazione di documenti ecc.), oppure abbandona il proprio posto di lavoro (assenteismo e turnover), provocando così un peggioramento inevitabile della qualità relativa all’insegnamento stesso.

L’insorgenza della sindrome del Burn-out si manifesta attraverso una serie di segni e sintomi variamente associati che, se identificati precocemente, consentono il riconoscimento del disagio lavorativo latente e la gestione del processo di logorio professionale attraverso idonee strategie.

Il Burn-out colpisce gli insegnanti quando viene a mancare in loro il coinvolgimento emotivo e soprattutto il carattere relazionale di aiuto specifico della professione. Per gli insegnanti vittime dello stress è molto importante considerare le proprie reazioni emotive allo stress, perché di fronte allo stesso evento potenzialmente stressante non tutti reagiscono ugualmente. Imparando a tenere sotto controllo il proprio stress si è maggiormente in grado di neutralizzare gli effetti negativi della situazione lavorativa che non si possono cambiare.

Il problema può essere risolto attraverso “l’autoregolazione delle emozioni”, cioè la capacità di limitare l’insorgere di forti emozioni negative e di favorire il manifestarsi di quelle positive. Imparare a riconoscere le emozioni negative e irrazionali e a sostituirle con modalità di pensiero più razionali e positive consente di  contenere le tensioni emotive, evitando una cattiva gestione dello stress.

Quindi … cosa fare?

  • Valutare correttamente l’evento
  •  Accettare l’evento critico inatteso come esperienza di vita spiacevole, riprovevole ma possibile;
  •  Accettare di avere responsabilità personale nell’aver partecipato e vissuto l’evento critico (spesso genera sensi di colpa);
  • Accettare di avere responsabilità non finalizzata però alla volontà di vivere l’evento critico (spesso tale differenza solleva la persona da ruminazioni cognitive di colpa).

Infine ricordiamoci che in quei giorni in cui ci si sente annegare basta fermarsi a respirare!

dr.ssa Anna Carderi

A scuola con i bulli.

bullismo e bulli a scuolaIl bullismo è oggi un argomento particolarmente ‘di moda’, con cui si definiscono erroneamente tutti i problemi disciplinari del gruppo classe!

Ci sono alunni tranquilli, laboriosi ed educati, con una solida famiglia alle spalle che tiene in primaria considerazione il fattore “educazione”; vi sono, invece, alunni problematici, vivaci, poco rispettosi dell’ambiente e delle persone che li circondano …  questi spesso vengono definiti come bulli.

È sempre bullismo o lo stereotipo finisce con l’inglobare situazioni che nulla hanno a che fare con esso?

Com’è possibile capire che cosa fa la differenza?

Quel che differenzia i giochi turbolenti come la lotta per finta o le aggressioni giocose da un vero e proprio attacco fisico o verbale che sia, risiede nell’intenzionalità, nella persistenza e nell’asimmetria interazionale del comportamento messo in atto.
Il bullo mette in atto intenzionalmente dei comportamenti fisici, verbali o psicologici con lo scopo di offendere l’altro e di arrecargli danno o disagio. Esempi ne sono:
  • a livello fisico, il punzecchiare, il tirare i capelli, picchiare, dare calci, pugni, richiudere in una stanza, dare pizzicotti, spingere, graffiare, danneggiare le proprietà dell’altro;
  • a livello verbale,  l’uso di un linguaggio offensivo, molesto e allusivo, telefonate offensive, estorsione di denaro o beni materiali, intimidazioni e minacce, prese in giro e offese per il colore della pelle, dicerie e bugie sul conto di qualcuno, fargli il verso ad esempio ridicolizzando il suo modo di parlare, ecc.
  • a livello non verbale, fare brutte facce o gesti rudi, manipolare o danneggiare i rapporti di amicizia, escludere sistematicamente e isolare socialmente, inviare lettere scritte o frasi offensive. Gesti, mimica facciale per mettere in ridicolo, ammiccamenti, scimmiottarlo, ecc.
Questi episodi assumono la forma di bullismo se sono protratti nel tempo e l’interazione bullo-vittima è asimmetrica, fondata cioè, sul disequilibrio e sulla disuguaglianza di forza tra il bullo che agisce e la vittima che spesso non è in grado di difendersi.

A dispetto di quanto si pensi all’interno delle scuole il bullismo riguarda tutti gli alunni, e non solo quelli che vi prendono parte in maniera più evidente. Nella messa in scena del bullismo tutti giocano un ruolo fondamentale e specifico nel rinforzare il comportamento del bullo, aiutandolo (aiutante) ma anche solo ridendo, incitandolo o stando a guardare (sostenitore) non facendo niente cercando di rimanere fuori dalle situazioni di prepotenza (esterno), prendendo le difese della vittima (difensore), rimanendo in silenzio (spettatori silenziosi) e infine subendo le prepotenze (vittima).

Partendo da tale presupposto va da sé che un’efficace azione antibullismo passa attraverso la responsabilizzazione e il coinvolgimento del gruppo di coetanei.

La specificità di un intervento preventivo deve essere rivolto a tutti gli alunni e non direttamente ai “bulli” e alle loro vittime. L’intervento psicologico rivolto esclusivamente al  bullo e alla vittima è inefficace. Risulta maggiormente efficace agire sulla comunità degli spettatori.

Questo perchè, da una parte, il “bullo” non è motivato al cambiamento in quanto le sue azioni non sono percepite da lui come un problema, dall’altra, l’intervento diretto sulla vittima, pur efficace a fini individuali, non lo è per quanto riguarda la riduzione del fenomeno del “bullismo”; quella vittima cesserà di essere tale e il bullo ne cercherà presto un’altra nel medesimo contesto.

La complessa natura relazionale del bullismo, richiede, dunque, di incentrare l’intervento su tutto il gruppo al cui interno nascono, si diffondono e trovano supporto le molestie tra compagni.

Nello specifico, gli alunni neutrali che cercano di non farsi coinvolgere nelle dinamiche delle prepotenze devono essere sospinti a intervenire a difesa e tutela delle vittime, mentre i compagni che sostengono la prevaricazione con la loro tacita approvazione devono essere sensibilizzati alla sofferenza fisica e psicologica di chi è oggetto di prepotenze.

Solo attivando l’impegno di tutti i docenti e di tutti gli allievi il bullismo può essere prevenuto e contrastato.

Dr.ssa Anna Carderi

Fecondazione eterologa si … ma non per tutti. I requisiti dei pazienti e dei donatori.

fecondazione eterologa psicologo roma Sembra proprio che la travagliata avventura della fecondazione eterologa sia destinata a continuare.

Ebbene si! Nonostante sia stato riconosciuto “il diritto incoercibile delle coppie ad avere figli” e il consequenziale accesso delle coppie di pazienti alla PMA di tipo eterologo l’esercizio di tale diritto è però subordinato all’esistenza di alcuni requisiti soggettivi specifici.

Vediamoli insieme!

In primis, le Tecniche di PMA eterologa sono eseguibili unicamente qualora sia accertata e certificata una patologia che sia causa irreversibile di sterilità o infertilità.

Nella donna si deve dimostrare una o più delle seguenti patologie:
– ipogonadismo ipergonadotropo;
– ridotta riserva ovarica dopo fallimento di fecondazione omologa;
– affette o portatrici di un significativo difetto genetico o che hanno una storia familiare di una condizione per la quale lo stato di portatore non può essere determinato;
– ovociti e/o embrioni di scarsa qualità o ripetuti tentativi di concepimento falliti tramite tecniche di PMA;
– donne con fattore iatrogeno di infertilità.

Per quanto riguarda invece gli uomini l’eterologa è legittimata dalla presenza di:
– dimostrata infertilità da fattore maschile severo (azoospermia e oligoastenoteratozoospermia severa o mancata fertilizzazione dopo iniezione intracitoplasmatica di sperma [ICSI]);
– disfunzione eiaculatoria incurabile;
– affetti o portatori di un significativo difetto genetico o che hanno una storia familiare di una condizione per la quale lo stato di portatore non può essere determinato;
– infezione sessualmente trasmissibile che non può essere eliminata;
– fattore iatrogeno di infertilità;
– partner femminile è Rh-negativo e gravemente isoimmunizzata e il partner maschile è Rh-positivo.

Inoltre, per poterne usufruire i coniugi o conviventi devono essere di sesso diverso, maggiorenni, in età potenzialmente fertile, entrambi viventi (art 5, legge 40 /2004).

Deve ritenersi applicabile anche per la PMA eterologa il limite di età indicato nella previsione contenuta nell’art. 4 L. 40/04 secondo la quale può ricorrere alla tecnica la donna “in età potenzialmente fertile” e comunque in buona salute per affrontare una gravidanza. su suggerimento delle Società Scientifiche, si sconsiglia comunque la pratica eterologa su donne di età >50 anni per l’alta incidenza di complicanze ostetriche.

Per la donazione di gameti maschili è comunque rilevante allo stesso modo l’età della partner, con le stesse limitazioni.

Ma chi può donare?

Premesso che la donazione è anonima e che quindi i donatori/donatrici non hanno diritto di conoscere ĺ’identità del soggetto nato e il nato a sua volta non potrà conoscere l ́identità del donatore/donatrice, anche i donatori devono sottostare ai requisisti di selezione.

La donazione di gameti è consentita ai soggetti di sesso maschile di età non inferiore ai 18 anni e non superiore ai 40 anni, e ai soggetti di sesso femminile di età non inferiore ai 20 anni e non superiore ai 35 anni.

Inoltre, il donatore, maschio o femmina che sia, rilevata la storia medica, viene sottoposto a valutazione clinica, esami ematici e culturali di routine, test e screening per controllo dei donatori; valutazione genetica e di patologie malformative attraverso questionario anamnestico e consulenza genetica; analisi di laboratorio: HBsAg o HBV-NAT, HBs Ab, HBcAb IgG e IgM , Ab anti HCVAb o HCV-NAT, HIV 1/2 ab (IV generazione) o HIV-NAT, Ab anti-Citomegalovirus IgG, IgM TPHA-VDRL, Gruppo sanguigno e fattore Rh.

A tutto ciò si aggiunge l’analisi del liquido seminale(spermiogramma) per lui e il test del seme per lei.

Infine, la normativa europea stabilisce che la donazione di cellule riproduttive da utilizzare nell’ambito delle tecniche di PMA di tipo eterologo è atto volontario, altruista, gratuito, interessato solo al “bene della salute riproduttiva” di un’altra coppia. Non potrà esistere una retribuzione economica per i donatori/donatrici, né potrà essere richiesto alla ricevente contributo alcuno per i gameti ricevuti.

Dr.ssa Anna Carderi

Le fasi generali del trauma

le fasi del trauma psicologo romaDifronte ad un evento grave le persone coinvolte possono manifestare reazioni emotive in modi e tempi diversi. Queste differenze dipendono da molteplici fattori come il livello di gravità dell’evento traumatico, il grado di esposizione individuale, la personalità e le capacità che ognuno ha di affrontare e di superare momenti difficili.A dispetto di queste differenze individuali, tutti i soggetti sottoposti ad un evento passano attraverso specifiche fasi del trauma quasi come fossero le tappe di un percorso comune obbligato.                             Conoscere queste fasi, che vanno dall’impatto emotivo, alla fase di shock fino ad imparare a convivere con l’evento, diventa essenziale per svolgere un’attenta attività di prevenzione che possa essere svolta da personale non specializzato, come i comandanti diretti, ma che ha un potenziale di osservazione maggiore di chiunque altro.             Secondo il modello del Trauma Center di Boston (Solomon, 2002; Fernandez, 2002) le fasi generali del trauma sono fondamentalmente 6.                                                                                                                                           Inizialmente, la situazione di emergenza stimola una reazione di allarme sia a livello fisico (il corpo si prepara per una azione di attacco/fuga), sia mentale (aumento della capacità di elaborare informazioni).

Se l’evento è per gravità, durata e livello di intensità, tale da non poter essere gestito con queste usuali risposte di fronteggiamento la persona viene pervasa da un senso di stordimento e confusione … è la fase dello shock. 

Tipiche di questa fase di disorganizzazione mentale sono le reazioni fisiologiche da stress come: brividi, sensazione di avere la testa vuota, pianto, nausea e pulsazioni accelerate.            

A livello emotivo si può vivere una condizione di negazione, ottundimento (incredulità o difficoltà a ricordare i dettagli dell’evento) e dissociazione (“è successo come se io non fossi presente… come se stessi guardando un film…”). Comuni possono essere anche uno stato di iperattività generale con vissuti emotivi di rabbia, paura, tristezza, sensazioni di isolamento da quello che accade intorno e possibile esaltazione per essere sopravvissuto.

Queste reazioni fisiologiche ed emotive di solito durano al massimo un paio di giorni e diminuiscono progressivamente lasciando lo spazio alla fase dell’impatto emotivo, che può durare anche qualche settimana.

L’impatto emotivo colpisce persone diverse in tempi diversi.

Alcuni autori hanno osservato che dopo l’attentato dell’11 settembre 2001 alle torri gemelle di New York l’impatto emotivo si è manifestato in modo significativo sui testimoni oculari entro i primi due giorni; mentre gli operatori dell’emergenza, concentrati nei loro compiti, sono stati colpiti dopo alcune settimane, o dopo alcuni mesi, dal ritorno alle normali occupazioni.

Le reazioni tipiche riguardano:

  • esaltato senso del pericolo/ipervigilanza;
  • incubi;
  • pensieri e immagini intrusive;
  • sintomi dissociativi;
  • disagio quando viene ricordato l’incidente;
  • evitamento di pensieri, di sensazioni e di ogni cosa che ricordi l’incidente;
  • sintomi di iperattivazione (come difficoltà ad addormentarsi, irrequietezza, irritabilità, scarsa capacità di concentrazione);
  • estrema stanchezza ed esaurimento fisico ed emozionale.

Tipico di questo stadio è l’emergere del senso di colpa per essere sopravvissuto.
Mano mano che la persona comincia a prendere la distanza emotiva dall’evento critico inizia ad elaborare a livello emotivo quanto è successo e a riflettere su come uscire dalla situazione.

E’ la fase del coping, a cui segue quella dell’accettazione.

La persona assume piena consapevolezza di quanto è accaduto, riesamina i suoi valori, accetta di essere vulnerabile e comincia a pensare che l’esperienza drammatica che ha vissuto è servita anche a farlo crescere e maturare. Questa presa di consapevolezza raggiunge il suo acme con l’accettare l’accaduto e con il conviverci.

La sofferenza così si trasforma in un’occasione di cambiamento e di miglioramento di se stessi e della propria esistenza. In definitiva, tramite il vissuto consapevole del dolore si diventa sostanzialmente più forti di fronte agli eventi imprevedibili della vita.

Adesso la persona può rivalutare la propria sofferenza, modificare l’idea che si ha di essa, integrarla nella propria storia individuale, oltre che viverla come un valore aggiunto per la propria persona, che rende sensibili, a sua volta, alle sofferenze altrui, alle quali si sarà portarti a porre rimedio. 

Dr.ssa Anna Carderi

l’Odissea della fecondazione eterologa

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Era il 9 aprile 2014, quando la Corte Costituzionale finalmente dichiarava l’illegittimità della norma della legge 40 del 2004 che vietava il ricorso a un donatore esterno di ovuli o spermatozoi nei casi di infertilità assoluta, decretando così l’incostituzionalità della fecondazione eterologa.

Cade così anche l’ultimo divieto contenuto nei 18 articoli del testo della Legge 40 che ha reso difficile la vita di molte coppie desiderose di avere un figlio.             Oggi le coppie sterili possono ricorrere al materiale genetico di un terzo donatore se uno dei due partner è sterile e qualsiasi uomo fertile può donare il proprio seme.

Dopo 10 anni di battaglie legali, etiche e morali che hanno affrontato la questione della conservazione degli embrioni, della diagnosi preimpianto e del numero di embrioni da impiantare nell’utero materno e la recente legittimazione dell’eterologa, quando tutto sembrava risolto, subentra l’ennesimo ostacolo manca proprio la materia prima i donatori.

Eppure all’indomani dell’approvazione della legge sembrava che tutti i centri di eccellenza di fecondazione assistita potessero assicurare una fecondazione eterologa assistita.

Ma come si suol dire, “avevano fatto i conti senza l’oste”.

In Italia manca completamente la cultura della donazione perché nessuno ha mai chiesto ai giovani di donare il proprio seme o ovocita.  Inoltre, le donne hanno difficoltà nel donare i gameti perché dovrebbero sottoporsi ad una stimolazione ovocitaria, controlli ecografici e successivo prelievo ovocitario chirurgico con anestesia, senza nessuna remunerazione. La legge italiana, infatti, vieta che ci sia una commercializzazione dei gameti, e quindi farsi pagare per donare il proprio seme non è legale. Inoltre le caratteristiche che deve avere la donna sono specifiche per età, maternità, e valori ormonali. Speriamo almeno nei gameti maschili anche se la percentuale di infertilità di coppia dovuto a problemi maschili è in aumento.

Per ovviare a ciò la gran parte dei centri di fecondazione assistita sta stringendo contratti di collaborazione scientifica con varie banche di gameti europee, in particolare di Spagna, Grecia e Danimarca.

Intanto, la tribù dei Social si muove verso la donazione fai da té.

Dr.ssa Anna Carderi

 

L’ABC della parità: come e perché educare i propri figli alla diversità.

diversità carderi

In una società che propone modelli vincenti che puntano all’omologazione generalizzata non valorizzando tacitamente le differenze individuali, il compito di noi genitori è quello di educare i nostri figli alla diversità  come arricchimento e valore aggiunto.

Un compito che cozza spesso e volentieri con la nostra stessa paura del diverso o xenofobia.

Molti di noi sono impauriti dal diverso.

Tutti, sicuramente, sono impauriti dall’idea di trovarsi in famiglia un figlio diverso.

Queste paure possono essere facilmente trasmesse ai nostri figli. Il graduale assorbimento delle nostre paure può far passare il bambino da uno stato di apertura alle diversità ad uno di chiusura e sfociare in atteggiamenti aggressivi e discriminatori verso i coetanei.

Inoltre, far crescere i nostri figli nell’insofferenza, nell’intolleranza e nella discriminazione del diverso può oltre che inquinare la relazione con gli altri, favorire l’insorgere di comportamenti violenti come il bullismo.

Come preservare nostro figlio dalle nostre stesse paure?

Il primo passo è proprio quello di tutelarlo da questa idea corruttrice della diversità insita in noi e nella stessa società.

È indispensabile far comprendere ai nostri figli il valore insito nelle differenze, contrapponendoci, con la forza dell’esempio, ad un tam tam di messaggi fuorvianti che ritraggono in modo negativo e socialmente indesiderabile tutto ciò che è diverso dal “normale”.  Il dialogo, la lettura, il cinema e il gioco, sono tutti strumenti atti a promuovere la conoscenza e l’accettazione della diversità, favorendo atteggiamenti positivi e rispettosi delle differenze individuali, familiari e culturali, comprese quelle relative all’orientamento sessuale, all’identità e all’espressione di genere.

Solo in questo modo possiamo favorire in loro la prosocialità. Cioè, lo sviluppo di abilità sociali e personali complesse, (quali la comunicazione, l’autocontrollo, l’empatia, la buona stima di sé, l’assertività, il problem solving) che permettano di “vivere bene con sé e con gli altri” e l’acquisizione di competenze sociali (l’assistenza, la promozione e lo sviluppo altrui, la valorizzazione della diversità, la solidarietà, la consapevolezza politica) e che preservano dall’insorgere di comportamenti devianti, di disagio e di disadattamento sociale.

Ricordiamoci che promuovere nei propri figli idee libere dal razzismo, dall’omofobia, ecc, equivale a promuovere in loro la libertà di essere se stessi e di trovare spazio in una società senza nascondersi e raccontare bugie sui propri desideri, sulle proprie pulsioni, sulla propria famiglia o sui propri amori.

 D.ssa Anna Carderi