«

»

Set 27

Disturbi della relazione madre-bambino: l’infanticidio.

infanticidio carderi«un neonato è qualcosa che non esiste… senza cure materne

non ci sarebbe nessun neonato» (Winnicott, 1940)

La trascuratezza, il rifiuto verso il neonato e la conseguente omissione volontaria delle cure necessarie alla sua vita e l’infanticidio sono tutti esempi di tragedie familiari che forse potevano e potrebbero essere evitate attraverso una adeguata identificazione del disturbo psichico sottostante e la tempestiva messa in atto di un idoneo trattamento.

La presenza di patologie psichiatriche post-partum possono avere gravi ed evidenti ripercussioni socio-relazionali che spesso consentono di spiegare solo in parte la messa in atto di comportamenti lesivi.

Nei primi giorni dopo il parto, al caratteristico esaurimento fisico e alla mutevole labilità dell’umore posso sovrapporsi vissuti contraddistinti da angosce di separazione e di perdita e dall’incertezza sulle proprie capacità materne non ancora sperimentate.

In questo periodo di vulnerabilità possono comparire una serie di sintomi psichici che tendenzialmente sono sminuiti dai famigliari e dagli stessi operatori sanitari ma che potenzialmente possono evolvere in comportamenti tali da arrecare drammaticamente un danno al bambino.

Alcuni casi di infanticidio sono, ad esempio, ad opera di neomamme che hanno sviluppato una depressione post-partum o una psicosi puerperale non riconosciuta. Nelle madri depresse spesso si osserva una riduzione del coinvolgimento emotivo e delle possibilità comunicative ed una notevole ostilità nei confronti dei figli.

Sono madri in cui uno stressor specifico come il pianto o le urla del bambino può scatenare una reazione spropositata che può culminare nell’aggressione del figlio stesso picchiandolo, pugnalandolo, soffocandolo, annegandolo nella vasca da bagno oppure defenestrandolo.                                                                                                 Si tratta di donne che, nella maggior parte dei casi, hanno subito loro stesse maltrattamenti e abusi da bambine.

Esattamente l’opposto accade nei disturbi ossessivi in cui sono presenti impulsi a danneggiare o uccidere il neonato ma che assumendo il tipico aspetto della ideazione parassita determinano nella donna manovre difensive a favore della salvaguardia del neonato come ad esempio togliere tutte le chiusure degli scarichi dell’acqua della casa per evitare di poter annegare il bambino e simili.

Tale connotazione di tutela è alla base della decisione da parte di alcune madri affette da depressione ed in cui non è più presente una progettualità futura, di uccidersi insieme al figlio, per non lasciarlo appunto a vivere in un mondo ostile e senza speranza.

Rimanendo su questa linea, caratteristica è la “Sindrome di Munchausen per Procura” dove, solo apparentemente la madre si prende cura del figlio, mentre, in realtà, vuole far male o addirittura uccidere il figlio al solo scopo di stare al centro dell’attenzione del personale sanitario e dei mass media.

Numerosi studi hanno evidenziato che una gravidanza non desiderata può determinare nella donna una reazione di rabbia e di rammarico, un vissuto di frustrazione delle ambizioni personali che può sfociare nell’infanticidio. Qui l’atto è compiuto lucidamente, ad esempio gettando il neonato in un cassonetto.                                                   Questo tipo di madre presenta solitamente tratti di personalità impulsivi e antisociali e può esserci una storia personale di comportamenti devianti e abuso di droghe.

Da un punto di vista psicologico sono stati descritti alcuni casi di diniego della gravidanza, collegato ad una gravidanza accidentale o ad una prima gravidanza, che possono andare dal totale e duraturo disconoscimento, all’occultamento, alla mancata consapevolezza dello stato gravido.

Fra i fattori che si collegano con questa manifestazione psicopatologica, vengono descritti una condizione sociale di relativo isolamento, un clima morale contrario alle relazioni sessuali fuori dal matrimonio, la giovane età della donna, abuso sessuale, un livello intellettivo non elevato e solo raramente un pregresso disturbo mentale.

A volte donne che soffrono di disturbi di personalità con aspetti aggressivi, comportamenti impulsivi, tendenze suicidarie e una storia pregressa di ricoveri in ospedali psichiatrici possono uccidere il figlio al solo scopo di vendicarsi dei torti, reali o presunti, subiti dal marito (Complesso di Medea).

Oltre a questi casi di morte violenta vi sono quelli conseguenti alla mancanza di cure e attenzioni (alimentazione scarsa e scadente, assenza di cure per le malattie, incidenti mortali apparentemente dovuti a fatalità) ad opera di madri che spesso presentano una sintomatologia psicotica e/o in cui è presente la paura di fusione e l’angoscia di annientamento.

Nonostante tali evidenze il dato sconcertante è che la maggior parte delle madri che si rendono responsabili di questo tipo di crimine non presentano malattie mentali riconosciute o alterazioni che influiscono in maniera sensibile sulla capacità di intendere e di volere.

 dr.ssa Anna Carderi