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Apr 03

Il mito della magrezza: l’anoressia

anoressiaPer Anoressia si intende il rifiuto di mantenere il peso corporeo al di sopra del peso minimo normale.

È considerato sottopeso un individuo con un peso corporeo al di sotto dell’85% del peso normale per età ed altezza (e questo viene calcolato in riferimento alle tabelle utilizzate dalle Compagnie di Assicurazione per le polizze sulla vita o ai diagrammi di crescita pediatrici).

In alternativa, è possibile fare riferimento (come peraltro nei Criteri diagnostici ICD-10 per la ricerca) all’Indice di Massa Corporea (Body Mass Index, BMI, calcolato come rapporto tra peso in chilogrammi e quadrato dell’altezza espressa in metri), ponendo come limite minimo un BMI minore od uguale a 17,5 Kg/m2.

L’insorgenza dell’anoressia avviene generalmente nel periodo adolescenziale. Le caratteristiche premorbose sono in generi simili: bambine o adolescenti timide, remissive, ubbidienti, perfezioniste e competitive. Coscienziose e tese ad ottenere il massimo da ogni prestazione, hanno un rendimento scolastico spesso superiore alla media.

Caratteristico dell’anoressia è il focalizzarsi della propria esistenza intorno a due tematiche centrali il cibo e il corpo. Alle pazienti anoressiche nessun calo ponderale sembra essere sufficiente: nonostante il grave deperimento psico-fisico e l’aspetto emaciato rimangono immutabili il terrore di ingrassare, la convinzione di essere sovrappeso e la tendenza a creare una “distanza di sicurezza” tra il peso raggiunto e quello temuto.

Altra caratteristica essenziale è la presenza di un’alterata percezione del peso e dell’immagine corporea che influisce eccessivamente sull’autostima. Secondarie all’ideazione polarizzata sul corpo sono abitudini alimentari come ad esempio l’immagazzinamento afinalistico o incongruo di cibo, la scelta di cibi a basso contenuto calorico e i rituali connessi con la preparazione e l’ingestione del cibo.

L’assetto personologico è orientato alla ricerca costante del piacere del controllo e dalla manipolazione del proprio corpo e degli altri per cui predominano condotte ossessive legate al cibo, senso di inadeguatezza e vulnerabilità nei confronti del giudizio esterno.

La patologia è strettamente legata alla costruzione della propria identità di genere.

Esistono due forme di anoressia quella di tipo restrittiva e quella di tipo bulimia.

La forma “classica” o “Restricter Anorexia”, associa alle rigide restrizioni alimentari l’iperattività fisica, mentre sono assenti le condotte di eliminazione.

Nella forma bulimica (Con Abbuffate/Condotte di Eliminazione) o “Binging/Purging”, sono presenti anche crisi bulimiche più o meno frequenti, e la ricerca della magrezza, oltre che con la riduzione dell’apporto calorico, viene perpetrata attraverso una serie di mezzi tesi ad annullare i possibili effetti del cibo ingerito sul peso corporeo, come il vomito autoindotto, l’abuso di diuretici, emetici, lassativi, o l’assunzione di sostanze anoressizzanti.

Le pazienti lamentano stipsi e algie addominali; la cute appare secca, disidratata, con una tipica colorazione gialla, e compaiono lanugo e alopecia. ECG ed EEG appaiono modificati rispetto alla norma, le pazienti sono ipotese e bradicardiche; gli esami ematochimici rivelano alterazioni della crasi ematica, della funzione epatica e renale ed ipercolesterolemia.

Per quanto concerne il trattamento un approccio condiviso dai più è quello sistemico relazionale attraverso cui favorire lo svincolo, promuovere una comunicazione chiara all’interno della rete familiare, rafforzare la figura paterna se, come spesso accade, è periferica.

Di fatto le problematiche anoressizzanti sono strettamente legate alle disfunzionali dinamiche familiari.

Un ostacolo al trattamento consiste nel fatto che spesso questi pazienti non riconoscono il proprio disturbo e quindi sono scarsamente motivati. Molto raramente le pazienti ammettono di essere consapevoli del proprio aspetto emaciato, tuttavia mantengono l’incapacità di fronteggiare il terrore di aumentare  di peso. Questa mancanza di coscienza della malattia può condurre a gravi perdite di peso fino a costituire un serio pericolo per la vita delle pazienti.

 

                                                                                            dr.ssa Anna Carderi